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I BENEFICI DEL LIBERO SCAMBIO

19 dicembre 2010

Ogni tanto, è necessario ricordare quali sono i benefici del libero scambio.  Anche nel resoconto che della sua vita ci fa il film “A Beautiful Mind” possiamo vedere che è stato un matematico ed economista, John Nash, ad averci dato l’equilibrio di Nash, la situazione nella quale entrambi i partecipanti al gioco vincono. Il commercio non è un gioco a “somma-zero”, come dicono certi economisti, nel quale tutti i benefici vengono accumulati dai ricchi, anche se è quello che alcune ONG vorrebbero farci credere.

Molto prima di Nash, David Ricardo ha dimostrato che i benefici del commercio internazionale ricadono su tutti coloro che vi sono coinvolti. Spesso, ad ogni modo, non è soltanto ai Paesi in via di sviluppo che va ricordata l’esistenza di tali benefici.

In Europa, l’argomento segue questo percorso: abbiamo già liberalizzato tanto, si dice, perché disturbarci a fare di più per guadagni del tutto marginali e che hanno tuttavia costi politici ingenti, col rischio di far arrabbiare la lobby degli agricoltori?

Perché preoccuparci della liberalizzazione del commercio estero quando c’è ancora tanto da fare per quel che attiene la liberalizzazione dei traffici all’interno della UE? Perché non dovremmo semplicemente focalizzare l’attenzione sul compito, di per sé arduo, di realizzare un unico mercato libero e così facendo trasformare l’Unione Europea davvero in un unico blocco commerciale – oppure, perché non focalizzare l’attenzione sul problema dell’integrazione dell’Europa orientale all’interno della UE?

È vero, la liberalizzazione dei commerci intra-europei è un obiettivo ancora da raggiungere, ma ciò non dovrebbe avvenire sacrificando la liberalizzazione del commercio estero. Come ci ha messo in guardia Jagdish Bhagwati, uno dei pericoli più gravi in un libero mercato sono gli accordi preferenziali tesi ad escludere alcuni Paesi.

Quali sono, allora, i benefici del libero scambio per la UE? I benefici del libero scambio sono generalmente incontrovertibili. Il volume del commercio mondiale è aumentato di  20 volte in termini reali, durante il periodo di liberalizzazione GATT-WTO che ebbe inizio nel 1947. In media, i dazi nei Paesi industrializzati sono scesi dal 40% fino a meno del 5% e così, di conseguenza, lo scambio è aumentato. Questa è una sicura legge economica.

Approssimativamente parlando, il commercio mondiale cresce a un ritmo doppio a quello della produzione mondiale (durante gli anni Novanta la crescita del commercio mondiale è stata in media del 7% l’anno). La liberalizzazione del commercio mondiale ci ha regalato la prosperità della quale abbiamo beneficiato nell’ultima metà del secolo. L’anno scorso, il commercio mondiale è aumentato del 2,5%, dopo una battuta d’arresto del 1% nel 2001, mentre la produzione mondiale ha visto un incremento del 1,5%. La Gran Bretagna ha avuto un ruolo molto importante nella liberalizzazione del commercio e non soltanto perché i governi britannici tendono a favorire un commercio liberalizzato. Uno dei primi convegni del GATT ebbe luogo in una cittadina di mare inglese: Torquay, un posto cui non capita spesso di ospitare importanti convegni internazionali. Tuttavia, tanti passi avanti furono realizzati proprio lì. La UE vanta una grossa fetta dei maggiori esportatori del mondo ed attualmente soffre per la debolezza del commercio mondiale. L’anno scorso le esportazioni europee sono aumentate soltanto dello 0,6% mentre le importazioni sono scese dello 0,5%. E’ chiaro che l’Europa ha tutto da guadagnare da una forte crescita del commercio mondiale.

Credo fermamente in due proposizioni che sono logicamente collegate. La prima è che lo scambio, attraverso una maggiore competizione, costringe i Paesi che vi partecipano a organizzarsi meglio economicamente. La seconda proposizione è che l’UE ha dannatamente bisogno di più pressione competitiva, per diventare più flessibile e meno regolamentata. Il PIL pro capite in America è all’incirca del 40% sopra la media europea mentre la crescita del PIL degli USA durante gli anni Novanta ha abbondantemente sorpassato quella del PIL europeo – dando vita al più lungo periodo di crescita dei tempi moderni. La spesa nell’UE per ricerca e sviluppo è sotto il 2% del PIL ed è stabile, mentre negli Stati Uniti è quasi il 3% ed è in aumento. Il tasso di occupazione nell’UE è del 65% mentre in America è quasi dell’80%.

Il tasso di disoccupazione a lungo termine è quasi il 4% della popolazione attiva, paragonato con sotto l’1% degli Stati Uniti. Organizzazioni come il World Economic Forum, scrutinando le agenda di riforma uscite dal vertice di  Lisbona, ha sottolineato che le maggiori economie dell’Unione Europea come la Francia, la Germania, l’Italia e la Spagna – ma, in generale, non Paesi quali Gran Bretagna e Finlandia – pagano lo scotto di una cornice normativa che va a detrimento dell’impresa. La pressione competitiva all’interno del mercato unico non basterà a convincere le classi politiche della bontà di quei cambiamenti di cui i Paesi europei hanno disperatamente bisogno. C’è bisogno di una maggiore pressione competitiva dall’estero.

Dalla liberalizzazione dei servizi, potrebbero venire importanti gratificazioni. Attualmente il commercio di servizi rappresenta soltanto un quinto del commercio mondiale. Nelle economie più avanzate  i servizi rappresentano i due terzi del PIL e considerando ciò, sembra che ci sia un significativo divario tra questa cifra e la percentuale rappresentata dai servizi nel commercio mondiale, cioè il 20%.  E’ vero che alcuni servizi sarebbero molto difficili da commercializzare internazionalmente, ma resta il fatto che i servizi non sono stati esplorati a sufficienza in questo campo.

La crescita del commercio dei servizi sta migliorando, ancorché piano piano, ed ha bisogno di una spinta ulteriore, che potrebbe venire dalla messa in atto degli accordi di Doha. Inoltre, i prezzi dei beni sono generalmente soggetti a deflazione, mentre i prezzi dei servizi di solito non lo sono. La UE  potrebbe trarre grande beneficio dalla liberalizzazione del commercio dei servizi e questo beneficio non sarebbe limitato soltanto ai fornitori di servizi provenienti dalle economie più avanzate, ma sarebbe un vantaggio per i Paesi in via di sviluppo. La Banca Mondiale ha stimato che tale liberalizzazione potrebbe beneficiare i Paesi poveri, in un ordine di grandezza di 900 miliardi di dollari.

I benefici del libero scambio sarebbero enormi, dal punto di vista dell’Unione Europea: gli ovvi vantaggi di un commercio mondiale più florido, la spinta riformista che viene da una maggiore pressione competitiva e il potenziale guadagno che potrebbe venire liberalizzazione dei servizi. Ma ve ne sono molti altri, non ultimo il risparmio per i consumatori e contribuenti europei che verrebbe loro da una riforma della Politica Agricola Comune, che nel suo stato attuale è – semplicemente – una vergogna. Se la PAC riuscisse a sabotare la liberalizzazione del commercio mondiale, sarebbe soltanto l’ultimo della lunga serie di danni da essa provocati.

Mai come oggi l’Europa ha tutto da guadagnare da una liberalizzazione dei commerci. Anche prima della guerra in Iraq e l’impatto che essa ha avuto sulle relazioni politiche tra gli Stati Uniti e alcuni Paesi europei, la UE si confrontava con un governo statunitense pronto ad abbandonare certi aspetto del libero scambio, versando ad esempio ingenti sussidi all’industria dell’acciaio ed ai suoi agricoltori, facendo uso spesso e volentieri del protezionismo europeo come scusa. La UE non dovrebbe fornire alcuna scusa al protezionismo americano. Che il protezionismo stia aumentando oppure no, il rischio che il commercio mondiale sia in una fase di stallo è molto reale. Sia l’investimento estero che il commercio mondiale sono oggi più deboli.

Effettivamente, analizzando i trend di crescita del commercio mondiale degli ultimi anni, è chiaro che c’è un considerevole rallentamento in confronto al “boom” degli anni ‘50 e ‘60. Ciò che adesso è molto importante è non arrivare ad una depressione stile anni ’70…

Esistono stime significative dei benefici della liberalizzazione del commercio? Alcuni lettori forse si ricorderanno del dibattito circa la creazione di un’area  di libero scambio transatlantica, sostenuta anche dalla Commissione europea.

Gli ultimi dati del ministero del tesoro inglese – che si concentrano sulla liberalizzazione dello scambio transatlantico – mostrano un incremento pari a  1,3 milioni di nuovi posti di lavoro all’interno della UE, un aumento annuale del PIL dell’ 1,1 per cento, ma è possibile che queste stime catturino solo l’impressione più superficiale. Data la storia recente di disoccupazione e mercato del lavoro ingessato propria della UE,  i benefici economici e politici di una siffatta creazione di posti di lavoro parlano da soli.

In qualsiasi frangente, dunque, l’Unione Europea ha tutto da guadagnare dalla liberalizzazione del commercio e tutto da perdere se tale processo, anziché andare avanti, arretra.

di David Smith , Tratto dal libro “NO AL PROTEZIONISMO” (Leonardo Facco Editore)

link originale: http://www.movimentolibertario.it/index.php?option=com_content&view=article&id=10333:i-benfici-del-libero-scambio&catid=1:latest-news

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