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KRUGMAN, L’ECONOMISTA POPOLARE CHE CI FARA’ SPROFONDARE!

13 dicembre 2010

“Se Obama avesse usato qualche abile manovra parlamentare e prolungato le
sedute del Congresso fino alle 2 del mattino per far approvare un grosso
programma di lavori pubblici negli Stati Uniti, e questo programma avesse
fatto calare il tasso di disoccupazione, i Repubblicani avrebbero potuto
strillare quanto volevano contro la procedura usata, ma i Democratici non
avrebbero avuto problemi a conservare la maggioranza al Congresso. E a
nessuno importa del deficit. La gente a volte dice di sì, che è un
problema, ma quasi sempre si scopre che in realtà intende qualcos’altro… Il
presidente Obama e compagnia sono riusciti in una grande impresa:
convincere gli elettori che l’interventismo pubblico ha fallito senza
applicare l’interventismo pubblico.” (P. Krugman) …

Secondo Paul Krugman, i Democratici americani hanno perso le recenti
elezioni di mid-term perché l’amministrazione Obama non è riuscita a
ridurre il tasso di disoccupazione, che attualmente è al 9.6 per cento.
Quando Obama si insediò alla Casa Bianca, la disoccupazione era al 7.7 per
cento. I consiglieri economici del presidente (e non solo loro) prevedevano
un ulteriore aumento, ma erano convinti che con un pacchetto di stimoli
fiscali il dato sarebbe tornato sotto l’8 per cento entro la scadenza delle
elezioni di metà mandato. Come è noto, quella manovra fiscale superò
l’ammontare di 800 miliardi di dollari.

Usando un approccio tipico dei keynesiani duri e puri, Krugman fu tra
coloro che ritennero da subito troppo “timida” la manovra di Obama. Come ho
già osservato in altre occasioni, con questo metodo i keynesiani ritengono
di poter essere sempre in grado di controbattere a ogni critica. Infatti,
quando i risultati degli stimoli sono al di sotto delle attese, sbottano:
“l’avevamo detto che serviva uno stimolo maggiore”. Se, poi, qualcuno non
si accontenta della risposta, aggiungono: “in ogni caso pensate a quanto
peggiore sarebbe stata la crisi senza lo stimolo”. Ovviamente si tratta di
posizioni che non dimostrano nulla, ma al grande pubblico spesso bastano e
avanzano.

Tutto ciò detto, indubbiamente il fatto che il tasso di disoccupazione sia
molto al di sopra di quanto prospettato all’epoca dell’insediamento
dall’amministrazione Obama è una delle concause della recente sconfitta
elettorale dei Democratici. Ma c’è da dubitare che se tra i consiglieri di
Obama al posto di Larry Summers ci fosse stato Krugman le cose sarebbero
andate meglio. Anzi.

L’idea di creare posti di lavoro mediante la leva fiscale ha diverse
controindicazioni, anche a prescindere dal fatto che un libertario sia
contrario a priori all’interventismo dello Stato. Il tasso di
disoccupazione non viene ridotto in modo strutturale, mentre ci sono
concrete probabilità di un peggioramento dei conti pubblici.

Come fa, infatti, lo Stato a finanziare i lavori pubblici? Siccome, per
definizione, lo Stato non produce ricchezza ma può solo redistribuirla, la
prima possibilità consiste nell’aumentare il prelievo fiscale o nel
tagliare altre spese. Generalmente, però, alzare le tasse è scarsamente
praticabile, a maggior ragione durante una recessione. Nessun keynesiano,
poi, suggerirebbe un taglio di altre spese quando ritiene vi sia un deficit
di domanda aggregata. Inoltre si tratta di misure sempre politicamente
impopolari. Resta, allora, la via dell’emissione di debito pubblico. Anche
in questo caso, il denaro può arrivare allo Stato essenzialmente in due
modi: dal risparmio accumulato in precedenza dal settore privato (anche
estero), oppure mediante creazione di moneta da parte della banca centrale
(direttamente, o indirettamente tramite le banche da essa vigilate).

I keynesiani come Krugman tendono a dare scarsa importanza (per usare un
eufemismo) all’aumento del debito pubblico e alle conseguenze che tale
aumento comporta. Sostengono che la creazione dei nuovi posti di lavoro
funga da volano per la crescita economica, ciò che sarebbe sufficiente a
ripagare il debito contratto. In sostanza, ritengono che il Pil cresca di
un multiplo della spesa finanziata a debito. Purtroppo per loro (e, ahimè,
per tutti, dato che ancora oggi vengono parecchio ascoltati), ancorché gli
studi empirici siano spesso difformi, pare che questo moltiplicatore
raramente sia significativamente superiore a zero. In altri termini, il
volano per la crescita del Pil e del gettito fiscale necessario a far
fronte al debito pubblico non funziona.

Ciò significa che, per far fronte al debito accumulato, lo Stato si ritrova
davanti alle alternative sopra delineate: agire sulla leva fiscale o
emettere nuovo debito, finanziato da risparmio o dalla stampa di denaro. Il
prelievo fiscale priva il taxpayer di risorse che avrebbe potuto utilizzare
diversamente. La stessa cosa può dirsi nel caso in cui il debito pubblico
sia finanziato da risparmio: quel denaro avrebbe potuto finanziare altri
investimenti (e, perché no, creare occupazione), che con ogni probabilità
non saranno quindi effettuati. Se, infine, si fa ricorso alla stampa del
denaro, si crea un circolo vizioso inflattivo (già descritto altre volte) a
danno dei creditori e, più in generale, dell’intero sistema economico, del
tutto insostenibile oltre il breve termine.

In definitiva, qualunque sia la strada scelta, il (probabile) beneficio di
breve termine della riduzione della disoccupazione porta a lungo andare
guai maggiori. Bastiat lo spiegò in modo tanto semplice quanto brillante in
“Ciò che si vede, ciò che non si vede”, la cui lettura credo sarebbe molto
utile al professor Krugman.

Ancora un paio di considerazioni. Krugman sostiene che a nessuno importa
del deficit, e che la gente si riferisce a qualcos’altro. Oltre a non
fornire alcun elemento a supporto di quello che scrive, pare ritenere del
tutto dementi coloro che si dicono preoccupati per il deficit: in pratica,
non avrebbero idea di cosa esso sia.

E questo passi, ancorché manifestazione di un’arroganza discutibile. Ma
sostenere che Obama non sia stato neppure minimamente interventista
significa davvero negare la realtà. Forse Krugman ritiene che il premio
Nobel assegnatogli nel 2008 lo autorizzi a negare anche l’evidenza. Libero
di farlo, ma che tristezza.

Murray Rothbard definiva talune persone molto ascoltate, come John Kenneth
Galbraith, “economisti popolari”, ossia individui che non capiscono quasi
nulla di economia e che, tuttavia, scrivono best seller sulla materia,
letti avidamente per lo più da non economisti, i quali finiscono per
convincersi di possedere la giusta chiave di lettura per le questioni
economiche. Credo che la definizione di Rothbard calzi a pennello su
Krugman. Purtroppo.

di Matteo Corsini, da Movimentolibertario.it

link originale: http://www.movimentolibertario.it/index.php?option=com_content&view=article&id=10449:krugman-leconomista-popolare-che-ci-fara-sprofondare&catid=1:latest-news

From → ECONOMIA, Mises, vs Keynes

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