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Povera green economy

12 dicembre 2010

“Uno dei problemi – ha riconosciuto Paul Gipe della Alliance for Renewable Energy, intervistato dal New York Times – è che non abbiamo voluto confrontarci con la domanda più difficile. Cioè: vogliamo davverole rinnovabili? Se la risposta è sì, allora dovremo pagare per averle”.

In questa frase c’è tutta la “green economy”. C’è, riassunta magnificamente, la spiegazione del fatto che NON E’ UNA“ECONOMY”, ma una specie di Frankenstein, che sta in vita solo finchè resta attaccata la spina e può ciucciare energia dall’esterno. Un giocattolo che funziona grazie ad un flusso di denaro che NON riesce a compensare con quanto prodotto.

Denaro che proviene dalle famiglie e dalle aziende. Distruggendo occupazione e provocando declino. …

Così le sconfitte di Obama e i colpi della recessione stanno risvegliando l’America dal sogno verde:

La festa è finita. L’incrocio tra la crisi economica e lo stop politico al “change” di Barack Obama cambia i termini della discussione ambientale. Le rinnovabili non sono più un dogma, il clima non è più una religione civile, l’ambientalismo “politico” – col suo portato di sussidi e obblighi, target e timetables – non è più il grande, scontato e redditizio balzo in avanti. “Uno dei problemi – ha riconosciuto Paul Gipe della Alliance for Renewable Energy, intervistato dal New York Times – è che non abbiamo voluto confrontarci con la domanda più difficile. Cioè: vogliamo davvero le rinnovabili? Se la risposta è sì, allora dovremo pagare per averle”. In un istante, si è dissolto l’incantesimo per cui la rivoluzione verde avrebbe salvato l’ambiente e aiutato l’economia; è evaporata la retorica del “doppio dividendo”, è sublimato il miraggio dell’ecologismo anti-crisi. Improvvisamente, la retorica si è sfasciata sulla dura realtà. Come sempre, un simile scontro è duro, ma nasconde un’opportunità. Senza rete di salvataggio, senza rendite garantite, la scarsità di risorse economiche e politiche disegna il perimetro della sfida: le rinnovabili si imporranno se saranno competitive, e tra le fonti verdi prevarranno quelle relativamente più competitive. Le rinnovabili sono uscite dal giardino dell’Eden, e la selezione darwiniana si è messa all’opera. Il simbolo del declino è la chiusura del Chicago Climate Exchange, la piattaforma fondata da Richard “carbon king” Sandor per sfruttare l’allora nascente, oggi abortito mercato delle quote di emissione. La parabola del “green deal” sta nei numeri e nelle parole. Nei numeri: nel 2009, primo anno dell’era democratica, la capacità rinnovabile installata negli Stati Uniti è cresciuta dell’8 per cento, tanto quanto nel 2008, ultimo anno del regno repubblicano. Al netto dell’idroelettrico (che da solo supera il 61 per cento di tutte le energie verdi negli Usa) la crescita è stata del 24 per cento, contro il 28 per cento ottenuto dall’arcinemico del clima, George W. Bush. Continuità, altro che rupture. E difficilmente il trend sarà smentito, almeno a giudicare dalle dichiarazioni rese dai protagonisti del sogno che Obama voleva regalare all’America, e che l’America non ha mai sognato. Nel suo primo discorso sullo Stato dell’Unione, 24 febbraio 2009, il neo-eletto presidente prometteva: “per trasformare davvero la nostra economia, proteggere la nostra sicurezza, e salvare il nostro pianeta dai disastri del cambiamento climatico, dobbiamo infine rendere profittevole l’energia pulita, rinnovabile. Quindi chiedo al Congresso di propormi una legge che imponga un tetto che sia ‘market based’ all’inquinamento da carbonio… E per sostenere quell’innovazione, investiremo 15 miliardi di dollari all’anno per sviluppare tecnologie come l’energia solare ed eolico; i biocarburanti avanzati, il carbone pulita, e automobili più efficienti costruiti proprio qui in America”. Appena un anno dopo, nello Stato dell’Unione 2010, la promessa diventava auspicio, Obama chiedeva genericamente “una legge su energia e clima con incentivi che infine renderanno l’energia pulita un tipo di energia profittevole” (non è chiaro come un sussidio possa rendere un prodotto più competitivo, ma questo è un altro discorso). Da ultimo, il 3 novembre 2010, nella conferenza stampa a commento delle elezioni di mid term, per l’effetto serra poche e scarne parole e prive di riferimenti espliciti, tranne uno assai politicamente scorretto: “abbiamo discusso su come rilanciare la nostra industria nucleare per ridurre la nostra dipendenza dal petrolio straniero e le emissioni di gas serra”. Senza contare l’indisponibilità di Washington a prendere impegni nell’ambito delle negoziazioni globali sul clima (è atteso a breve il fallimento del vertice di Cancun, dopo quello a Copenhagen nel 2009). Senza contare i tentativi di ottenere dal Senato un voto favorevole. Senza contare la convergenza parallela di democratici e repubblicani al Congresso. Harry Reid, capo dei senatori democratici, dice il 22 luglio 2010: “contare fino a 60 è facile. Sappiamo che non abbiamo i voti” per approvare il “climate bill”. Intermezzo elettorale. Mitch McConnell, leader repubblicano al Senato, 5 novembre 2010: “nessuno è contro la riduzione dei gas serra, il problema è: come?”. La risposta: “la maggior parte della gente in entrambi i partiti è entusiasta delle auto elettriche, del nucleare e del carbone pulito”. Dietro questa evoluzione che rasenta l’inversione di marcia, non c’è solo l’effetto della vittoria repubblicana (e in particolare della componente dei tea party). Non c’è solo una riuscita campagna di contrasto del tentativo democratico, efficacemente etichettato come “cap and tax” e definito “il più grande incremento fiscale della storia americana”. Non c’è solo, infine, l’opposizione strisciante dell’industria e degli stati dove gli impatti della svolta verde sarebbero più impattanti, come quelli ricchi di carbone, che pure è stata determinante nel posizionamento di alcuni senatori democratici. C’è, soprattutto, un rigetto culturale ed economico di una strategia che, per quanto seducente, è stata presto ritenuta utopistica ed economicamente disastrosa. In questo senso, il peggior nemico delle fonti rinnovabili è stata la crisi economica, per due ordini di ragioni differenti. Anzitutto, il calo della domanda energetica – il consumo totale è sceso del 5 per cento tra il 2007 e il 2010 – ha reso obsoleto l’investimento in nuova capacità produttiva. Secondariamente, poiché le fonti verdi devono essere sussidiate: a parità di altri elementi, più aumenta la loro produzione, più cresce il costo di generazione. Con conseguenze potenzialmente molto negative sia per l’economia, sia per l’occupazione, specie in un momento di debolezza e incertezza. La stessa retorica sui “green jobs” si è rapidamente squagliata: il Congressional Budget Office (l’ufficio studi del Congresso) ha certificato che il “climate bill” avrebbe un impatto negativo sull’occupazione (e sul livello medio dei salari). A sancire il cambiamento di scenario, è la rivoluzione dello “shale gas”, che abbattendo i prezzi del gas (dunque dell’elettricità) negli usa ha messo definitivamente fuori mercato le fonti “pulite”. Peraltro, rispetto all’Europa gli Usa hanno manifestato un maggiore scetticismo, che coprono una quota relativamente bassa dei consumi energetici, pari a circa l’8 per cento. Di questi, un terzo provengono dall’idroelettrico, la metà dalle biomasse – sia per la generazione elettrica, sia biocarburanti e in particolare etanolo – volute dalle potenti lobby agricole. Il supporto alle fonti rinnovabili è frastagliato, in quanto varia da stato a stato. A livello federale esistono pochi strumenti e relativamente poco cogenti: un credito d’imposta sulla produzione diversificato per fonte (2,2 centesimi per kWh generato dalle fonti eolica, geotermica e biomasse a ciclo chiuso; 1,1 centesimi per altre fonti), e un credito d’imposta generalmente del 30 per cento sul valore dell’investimento per energie quali quella eolica e solare. I sussidi a livello statale – specie sotto forma di credito d’imposta – possono essere anche molto generosi, ma sono stati finora insufficienti a determinare uno sviluppo ruggente, tranne che per i biocarburanti. Il movimento ecologista poneva enormi aspettative nell’introduzione di strumenti quali uno schema di cap and trade, la produzione di quote obbligatorie da fonte verdi (sul modello del 20 per cento europeo), o, come extrema ratio, la regolamentazione delle emissioni nell’ambito del Clean Air Act, affidandosi a un atto dell’Agenzia di protezione ambientale. Anche questa prospettiva, però, ha oggi le unghie spuntate: se infatti a giugno il tentativo repubblicano di sbarrare la strada all’Epa è fallito per un soffio, oggi i numeri parlano chiaro anche al Senato (si veda il Foglio di sabato per un resoconto delle iniziative parlamentari in questa direzione). Per dare un’idea del vento che tira, basta osservare non solo l’affermazione repubblicana alle elezioni di mid term, e non solo il trionfo dei candidati vicini ai tea party, ma anche il profilo dei democratici vincenti. Come ha scritto Aldo Rustichini (economista dell’università del Minnesota) su noiseFromAmerika.org, “l’esempio più chiaro è la vittoria al senato (in West Virginia) del democratico Joe Manchin… ha corso a destra quanto era dignitosamente possibile, e anche più, attaccando esplicitamente, apertamente, l’amministrazione Obama su tutte le riforme, in particolare quella della sanità e quella di riduzione delle emissioni. In un video leggendario si è presentato in tenuta da cacciatore, promettendo che avrebbe chiesto all’amministrazione conto della spesa incontrollata. Alla fine del video, imbraccia il fucile e spara al programma di Cap and Trade attaccato a un paletto, facendo centro perfetto”. E’ chiaro che le condizioni politiche non sono favorevoli all’industria verde, e le condizioni economiche aggravano la situazione, tanto più che alcuni dei maggiori investitori e sponsor lobbistici del settore – da Lehman Brothers a Bp, per non citare la capostipite, Enron – o non esistono più, oppure hanno maturato altri e più gravi problemi. Resiste, per ragioni specifiche, l’industria dell’etanolo, il cui successo è più figlio della forza degli stati agricoli che della preoccupazione per l’ambiente (anzi, i benefici ambientali dei biocarburanti di prima generazione sono tutti da dimostrare). Va ugualmente riconosciuto che i biocarburanti, così come le biomasse per la produzione elettrica e a differenza di fonti come il solare fotovoltaico, hanno un vantaggio: si inseriscono bene nei sistemi energetici esistenti, non richiedono un (costoso) cambiamento di paradigma. Dal punto di vista del consumatore e del sistema, una centrale a biomasse può costare di più o di meno, ma non compromette l’equilibrio della rete; allo stesso modo, i biocarburanti si adattano ai motori esistenti. Al contrario, fonti intermittenti e imprevedibili creano una serie di problemi tecnici che possono essere risolti solo con un ridisegno complessivo – le cosidette “reti intelligenti” – il quale, a sua volta, ha costi proibitivi, in una fase recessiva. La progressiva disillusione politica – negli Usa e, di riflesso, nel resto del mondo – trova un parallelismo nell’andamento delle borse. Rispetto al valore medio del 2007, negli ultimi sei mesi l’indice Mleirend (elaborato da Morgan Stanley sulle società esposte sulle rinnovabili) ha perso il 37 per cento, mentre lo S&P500 solo il 25 per cento. Ha subito un tonfo molto più pronunciato tra il momento di massimo e quello di minimo:120 punti contro 60. In breve, tra il periodo immediatamente pre-crisi e oggi gli investimenti verdi hanno avuto un rendimento inferiore rispetto al mercato con una volatilità più ampia: titoli più rischiosi e meno redditizi, insomma. Non solo: se nel momento più buio della crisi (coincidente con l’avvento di Obama e l’intensificarsi delle aspettative per un nuovo trattato di Kyoto in uscita da Copenhagen) Mleirend ha performato relativamente meglio, negli ultimi mesi i due indici si sono allineati. Con una differenza sostanziale: S&P500 riflette essenzialmente la robustezza dei mercati, Mleirend l’aspettativa sulla disponibilità dei diversi paesi a supportare le rinnovabili coi sussidi. I mercati non si fidano più dei governi, cioè non si attendono una nuova stagione di investimenti verdi. L’epicentro della crisi verde è Washington. Le scosse arrivano fino a Bruxelles. Ne parleremo nella prossima puntata.

di Carlo Stagnaro, da Brunoleoni.it

link originale: http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=9785

From → ECONOMIA, POLITICA

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