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Mises, la sua lezione molti decenni dopo

12 dicembre 2010

Tra i grandi protagonisti del liberalismo del Novecento, Ludwig von Mises ha un posto di primissimo piano. Il 20 novembre prossimo, a Soverato (Cz) si dedicherà a questo economista e scienziato sociale nato nella Galizia austro-ungarica nel 1881 e morto a New York appunto nel 1973. Mises si è confrontato con i grandi problemi del secolo, riassumibili nella lotta tra la società libera e i suoi nemici: socialismo, fascismo, nazismo, interventismo. E li ha affrontati col respiro del grande pensatore, con un passo più da Ottocento che da secolo breve. La forza del pensiero misesiano sta nel fatto che …l’autore di Die Gemeinwirtschaft (1922 trad. inglese ampliata Socialism, 1936, 1951; Indianapolis, Liberty Fund, 1981; trad. it. dall’inglese Socialismo, Rusconi, 1990) e di Kritik des Interventionismus (1929; trad. it. Critica dell’interventismo, in I fallimenti dello Stato interventista, Rubbettino, 1997) è anche l’autore di Liberalismus (1927; trad. it. Liberalismo, Rubbettino, 1997); ovvero Mises – al contrario di Marx che ha sì scritto Das Kapital ma non Der Kommunismus – ha una capacità propositiva che è il riflesso di una compiuta filosofia delle scienze sociali.

Dopo l’analisi critica del socialismo e dell’interventismo – le due principali forme di ingegneria sociale, diciamo “di sinistra”, adottate dall’Occidente – Mises si dedica anche ai nemici “di destra” dell’ordine liberale; Omnipotent Government (1944; trad. it. Lo Stato onnipotente, Rusconi, 1990) non lascia dubbi: il nazismo è il pericolo più grosso per la libertà e la civilità e va abbattuto. Eppure c’è chi accusa Mises – lo fa Domenico Losurdo in Il revisionismo storico. Problemi e miti (Roma-Bari, Laterza, 1998) – di essere un revisionista ante litteram per il giudizio espresso sul fascismo in Liberalismus: «Non si può negare che il fascismo e tutte le tendenze dittatoriali analoghe siano animati dalle migliori intenzioni, e che il loro intervento per il momento abbia salvato la civiltà europea. I meriti acquisiti dal fascismo con la sua azione rimarranno in eterno nella storia» (trad. it. p. 87).

Qui occorre tener separati e distinti due piani: quello del giudizio teorico e quello della valutazione politica. Quanto al primo non c’è il minimo dubbio che Mises abbia compreso fin da subito la natura del fascismo; già in un saggio del 1926 l’economista non si lascia trarre in inganno dal mantenimento formale della proprietà privata e spiega che l’interventismo fascista non può portare che a una situazione in cui «a guidare le decisioni su cosa e come produrre non è più la ricerca del profitto da parte dei proprietari terrieri, dei capitalisti e degli imprenditori ma la ragion di Stato»; e aggiunge che, quando ciò avviene, il sistema sociale che ne emerge perde ogni caratteristica di tipo liberale per costituire una forma di vero e proprio socialismo (I fallimenti dello Stato interventista cit., p. 36).

Occorre capire perché il giudizio politico, espresso successivamente, diverga da quello teorico. Mises utilizza il termine «reazione» (Liberalismo cit., p. 84) con riferimento alla nascita del fascismo. L’economista austriaco non fa che descrivere una situazione ben nota ai sociologi, anche a quelli di scuola marxista: nei momenti di crisi sociale la minaccia della rivoluzione spinge alla “polarizzazione” gruppi sociali di orientamento diverso, ma accomunati dall’esigenza di opporsi alla minaccia rivoluzionaria. In Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte proprio Marx sottolinea come, in reazione alla rivoluzione del 1848, classi sociali portatrici di interessi differenziati vengono a trovarsi in un unico schieramento. La medesima analisi della dinamica sociale provocata dalla scossa rivoluzionaria la troviamo anche nell’Alexis de Tocqueville dei Souvenirs.

Stando così le cose, possiamo dire che la minaccia rivoluzionaria ha unificato classi sociali strutturalmente non omogenee. Ecco perché Mises – a proposito di fascismo e bolscevismo – parla di reazione. E tuttavia la decisione di una vicinanza politica di ordine tattico non equivale all’accettazione del regime fascista. L’economista austriaco, siamo nel 1927, formula un giudizio politico sul regime di Mussolini, vedendone solo l’aspetto positivo – essere un baluardo contro il comunismo – e non comprendendo che l’Italia è all’inizio di una catastrofe. Prese di posizione come quella di Mises si trovano in numerosi intellettuali ed esponenti politici dell’epoca, come Benedetto Croce (almeno fino al delitto Matteotti) e Vilfredo Pareto (la cui morte nel 1923 ci impedisce di sapere se si sarebbe ricreduto).

Se di ciò si tiene conto, il giudizio di Losurdo su Mises non regge, soprattutto là dove la noltiana “guerra civile europea” (Ernst Nolte, Nazionalsocialismo e bolscevismo. La guerra civile europea (1917-1945), Rizzoli, 1996) è vista polemicamente come anticamera alla minimizzazione dei crimini nazisti e fascisti. L’anti-revisionismo è portatore di un disegno ideologico strumentale, quello di accostare il liberalismo al fascismo o peggio al nazismo. Ovviamente Mises non perde mai di vista l’incolmabile differenza qualitativa tra liberalismo e fascismo, ma soprattutto le parole sopra citate sono datate 1927 e si riferiscono al fascismo e non al nazismo. Il totalitarismo “di destra” per Mises è sì la reazione al bolscevismo ma, all’interno di un anticapitalismo e un antiliberalismo comuni al bolscevismo; comunismo e nazismo sono le due facce della stessa medaglia: la rivolta contro la società aperta, il mercato, la proprietà privata. In questo senso il concetto di “reazione” non esaurisce l’analisi misesiana.

Che siamo di fronte ad un pensatore originale, ce lo conferma un altro aspetto della riflessione misesiana. Nel 1944, a guerra ancora in corso, Mises denuncia che Gran Bretagna e Stati Uniti, mentre combattono gli aggressori tedeschi stanno adottando il loro modello di socialismo con il controllo completo dello Stato sull’economia (Omnipotent Government cit., trad. it. p. 9). E che non siano timori campati in aria ce lo dimostra un fatto.

John Maynard Keynes (1883-1946) nel settembre 1936 firma un Vorwort alla traduzione tedesca della sua The General Theory of Employment, Interest and Money (1936; trad. tedesca Allgemeine Theorie der Beschäftigung, des Zinses und des Geldes, 1936; trad. it. Occupazione, interesse e moneta: teoria generale, utet, 1971) in cui si dice contento della divulgazione delle proprie idee in Germania in quanto la sua teoria della produzione aggregata si adatta molto meglio alle condizioni di uno Stato totale [eines totalen Staates] della teoria della libera concorrenza e del laissez-faire. Nessuno vuole sostenere che Keynes simpatizzò mai per il nazionalsocialismo; occorre però sottolineare la circostanza non secondaria che dal 30 gennaio 1933, ovvero da tre anni e sette mesi prima della data della Premessa keynesiana, a capo della Germania era Adolf Hitler. Keynes ha piena coscienza del fatto che le sue ricette macroeconomiche hanno maggior possibilità di applicazione e di “successo” là dove l’intervento dello Stato è più esteso, anche a prescindere dal regime politico del paese in questione. Il nazionalsocialismo hitleriano scade quindi a mero accidente della storia agli occhi dell’autore della General Theory di fronte alla possibilità di applicare una particolare politica economica.

Abbiamo così uno strano corto circuito filologico e concettuale: un austriaco teme in inglese il total State, un inglese plaude in tedesco al total Staat. Questo dovrebbe indurre a una riflessione sul dna del welfare state che sembra quindi compatibile con quello dello Stato totale paventato da Mises.

Stessa ambiguità, del resto, Keynes tenne verso il regime sovietico. Parlando alla radio nel giugno 1936 – nel programma della BBC “Books and Authors” – del libro dei congiugi Beatrice e Sidney Webb, Soviet Communism, l’economista non fa mancare elogi alla visione ottimistica dell’esperimento staliniano espressa dalla coppia di connazionali. Keynes arriva a dire che «amministratori disinteressati […] sono impegnati nel vasto compito amministrativo di far funzionare senza attriti e con successo un insieme completamente nuovo di istituzioni sociali ed economiche su un territorio così vasto». Sulla base di questo episodio, possiamo fare due osservazioni, la prima sul Keynes intellettuale, la seconda sul Keynes economista. La prima è che se si vuole esser severi con il Mises del 1927 occorre avere l’onestà intellettuale di riconoscere che nel 1936 esistevano già documentazioni sul carattere totalitario, liberticida e sterminatore del regime staliniano. Ancor più sbalorditiva la circostanza che un economista non si ponesse il problema della stessa fattibilità di un’economia socialista, visto che proprio l’analisi critica di Mises sollevava il problema in tutta la sua evidenza; il dibattito sulla possibilità di un’economia pianificata era vecchio di almeno quindici anni, e proprio nel 1935 Hayek aveva raccolto in volume i massimi contributi in materia elaborati da economisti liberali, tra cui anche il saggio misesiano del 1920 sul calcolo economico, considerato il nucleo di Die Gemeinwirtschaft e quindi di Socialism (Hayek, a cura di, Collectivist Economic Planning, 1935; trad. it. Pianificazione economica collettivistica, Einaudi, 1946; contiene Il calcolo economico nello Stato socialista di Mises).

Nel caso di Keynes, siamo così di fronte al paradosso di un economista che si proclama liberale ma che non è per nulla a disagio davanti a regimi illiberali come quello nazista e quello sovietico. Del resto possiamo porci una domanda non maliziosa: è peggio essere indulgenti verso il Mussolini del 1927 o essere condiscendenti con lo Hitler e con lo Stalin del 1936?

In tutta evidenza, in Keynes non c’è quella salda distinzione tra giudizio teorico e valutazione politica che si trova in Mises. L’economista inglese sconta sul piano politico la sua debolezza teorica, arrivando a formulare opinioni piuttosto imbarazzanti sulla Germania nazista e sull’Urss staliniana. L’economista austriaco ha ben presente la differenza di piani su cui può muoversi lo scienziato sociale; ciò gli consente di non perdersi nel vasto mare di un secolo terribile nelle sue implicazioni politiche e di tenere sempre ben diritta la barra del timone dell’analisi scientifica. Per questo a trent’anni dalla morte ancora impariamo la sua lezione di libertà.

di Nicola Ianello, da Movimentolibertario.it

link originale: http://www.movimentolibertario.it/index.php?option=com_content&view=article&id=10115:mises-la-sua-lezione-molti-decenni-dopo&catid=1:latest-news

From → ECONOMIA, Mises

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