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Prezzi, inflazione… e concorrenza?

11 dicembre 2010

Spesso, parlando dell’attuale recessione e della politica monetaria adottata per venirne fuori, mi sono trovato a parlare di andamento dei prezzi, di pericoli di inflazione, e del ruolo calmieratore della Cina. Per la verità, all’inizio di tutta la storia lanciai pure veri e propri allarmi di elevata inflazione a venire, intesa come rialzi dei prezzi al consumo. Tutto sommato questo non si è avverato, e se accadesse tra un paio di anni non varrebbe, ritengo, a validare l’anzidetta profezia (prima o poi tutto accade, quindi i vaticini reiterati ad aeternum sono solo un ottimo espediente per darsi ragione prima o poi…). Un errore di questa profezia è stato non capire che già si era in inflazione, perché i prezzi avrebbero dovuto scendere grazie ai vari shock produttivi (informatica, internet, Cina), e quindi la loro relativa stabilità vale effettivamente come perdita di potere d’acquisto; come si dice tra le leggi di Murphy “se ci sei, non ci puoi andare”.

Nella vita di tutti i giorni però qualcuno giustamente mi chiede perché un’azienda italiana si sposta in Cina e il bene non scende comunque di prezzo; la sola risposta “monetaria” a questi non basta, e ho pensato che dovrei vagliare altri aspetti….

L’inflazione è in senso proprio la crescita dell’aggregato, che a parità di produzione disponibile implica perdita netta di valore reale della singola unità monetaria. Cioè se la moneta aumenta di un 10% e i beni in vendita restano gli stessi, dopo la dovuta serie di scambi si ottiene un “equilibrio” con i prezzi saliti del 10% (la moneta perde valore reale per un 10%). Se intervengono shock produttivi positivi, per cui si produce un 8% in più di beni con lo stesso ammontare di investimenti (la tecnologia permette di produrre in modo più efficiente, oppure si trovano fattori produttivi a prezzo più basso), a parità di moneta i prezzi scenderanno di un 8%; d’altra parte qualcosa deve accadere perché la maggior produzione venga assorbita, e questo implica un incremento del valore reale della moneta. Se mettiamo insieme una crescita della moneta per un 10% e uno shock produttivo del valore di un 8%, a saldo i prezzi saliranno di un 2%: nel gergo comune si ha una “bassa inflazione”, in realtà si è avuta una inflazione del 10% che si è più che mangiata i vantaggi del progresso tecnologico o dell’apertura di nuovi mercati. Questa è la mia più semplice visione.

La contestazione della costanza del prezzo di vendita di un bene dall’esser prodotto in Italia all’esser prodotto, ad esempio, in Cina, può essere ricondotta a quanto appena detto: si può produrre a costi inferiori, ma di fronte a un medium monetario inflazionato questo vantaggio viene compensato e il prezzo resta fermo. Questa spiegazione può non bastare a qualcuno, e forse c’è altro che trascende l’aspetto monetario.

Possiamo ammettere che l’imprenditore si sposti perché ora ha la possibilità di produrre fuori dall’Italia a un costo più basso. Aspettandosi di vendere sempre allo stesso prezzo, il suo personale profitto aumenta; per l’Italia e i suoi consumatori non cambierebbe nulla (ammesso e non concesso che i disoccupati così creati in Italia vengano prontamente riassorbiti in altra impresa, che è un altro ordine di problema). Ma come ci si può aspettare che il mercato italiano continui ad assorbire questa produzione allo stesso prezzo? Occorre ipotizzare ad esempio che la domanda italiana di quel bene sia perfettamente elastica al punto che qualsiasi incremento di produzione venga assorbito praticamente allo stesso prezzo iniziale. In tal senso, la provenienza del prodotto non rileva per il consumatore, e comanda il valore relativo del bene rispetto a tutti gli altri (supposti in questo caso invariati). Oppure si può ipotizzare che al mercato italiano venga destinata sempre la stessa offerta, replicando quindi la situazione di partenza e con essa i prezzi (l’eventuale maggior produzione magari viene indirizzata su altri, nuovi, mercati). In questi due casi l’imprenditore semplicemente guadagna di più per unità di prodotto.

La cosa che disturba è che non c’è alcun trasferimento dei vantaggi di costo verso il consumatore. C’è in effetti una violazione del paradigma del libero mercato e della concorrenza perfetta, ma addirittura si viola pure il paradigma della concorrenza monopolistica!

In concorrenza perfetta si avranno nuovi imprenditori che vorranno sfruttare la manna del nuovo mercato (o della nuova tecnologia) che alza i livelli di profitto, questo crea quindi nuovi operatori, offerta aggiuntiva che può esercitare concorrenza proponendo un prezzo compreso da quello precedente di mercato e il più basso livello di costo ora possibile, ed è proprio questo che scatena un processo concorrenziale che porta i prezzi giù al minor livello possibile per consentire la minima remunerazione consona all’attività imprenditoriale in esame. A quel punto non ci saranno più nuovi imprenditori, ma i prezzi verranno tenuti giù per la “minaccia” di nuovi imprenditori pronti a entrare se lo spazio di maggior profitto si ricostituisse attraverso un rialzo dei prezzi.

In concorrenza monopolistica si ha la possibilità di un pricing della produzione in relazione ad un mark-up del costo di produzione: grazie alla rigidità della domanda, il prezzo di vendita può essere fissato come costo di produzione maggiorato di una certa percentuale. Entro certi limiti il mercato resta stabile; in particolare, uno shock positivo sui costi di produzione tira giù con se il listino di vendita. In entrambi i casi il prezzo del bene prodotto in Cina deve scendere; ma sappiamo che così non è accaduto, pertanto, salvo considerazioni monetarie, le teorie esposte sono sbagliate, oppure semplicemente sono teorie che non si riferiscono alla realtà in esame.

Già, in effetti a cosa è coerente la fattispecie in esame? Io avrei una risposta: monopolio legale. In caso di monopolio economico, in cui l’impresa è l’unica in grado di produrre un certo bene o almeno di produrlo con certi livelli di economicità, lo spostamento in Cina permette un incremento netto di profitto, giacché la produzione di minimo costo medio potrebbe restare la stessa e, a parità di schema di domanda, anche il prezzo resterebbe lo stesso. Ma nel caso di monopolio economico deve darsi anche che tale maggior profitto non sia tale da creare spazio per l’inserimento di nuovi competitor (si tratta in pratica di risultato estremo della concorrenza perfetta), altrimenti i prezzi dovrebbero scendere. Se invece veramente si ha di fronte l’unica impresa al mondo a fare un certo prodotto, si può solo abdicare qualsiasi rimostranza alla decisione imprenditoriale di definire la quantità di produzione ed accettare il prezzo che ne viene fuori, sperando che in Cina la struttura dei costi comporti un “costo medio minimo” per un livello di produzione maggiore. I casi di tale esclusiva economica mi pare siano quasi nulli, e non credo riferibili alla produzione di beni di consumo.

In caso di monopolio legale invece si può prescindere da qualsiasi problematica concorrenziale e di costo: in forza di legge quell’impresa è l’unica, e fa il prezzo che le pare. Chiuso. Se il prezzo è, come è in ambito austriaco, una composizione con pari valore delle varie “opinioni” di domanda e offerta di tutti gli operatori, un monopolio legale è una sorta di dittatura in cui non è manifestabile un “dissenso del prezzo”.

La domanda è spontanea: stiamo parlando di un bene per cui è “necessario” un monopolio legale? Poniamo che si stia parlando di beni di consumo non voluttuari ma quasi, per cui un monopolio legale non ha giustificazione politica, ad esempio le calze da donna. Sia che si parli di concorrenza perfetta, che di concorrenza monopolistica, fino addirittura al caso del monopolio economico, il prezzo della calza è atteso ridursi. Solo il caso del monopolio legale è coerente con una esperienza di prezzo stabile nonostante la delocalizzazione produttiva. Ma noi sappiamo che non esiste monopolio legale sulle calze da donna, così come in generale sui beni di consumo… o no? Il mio dubbio è questo: lo sappiamo o no? Veramente non c’è un monopolio legale, o qualcosa ad esso assimilabile? E cosa può ritenervisi assimilabile?

Se abbiamo un mercato fatto da pochi operatori, anche se questi facessero cartello su livelli di prezzo “elevati” rispetto alla struttura di costo, dovremmo aspettarci l’ingresso di nuovi competitor a rompere lo stallo. Ed è qui l’inghippo: esiste davvero la possibilità di nuovi ingressi? Sì, perché ciò che distingue veramente una situazione concorrenziale da una monopolistica è la contendibilità del mercato, l’apertura a nuovi operatori, fosse anche solamente la pressione data dalla concorrenza potenziale; il monopolio legale non ha questa possibilità. E se un mercato ha barriere all’entrata particolarmente forti, fatte di autorizzazioni discrezionali o costose, di tempi biblici, di normative complicate e invasive, di pianificazioni territoriali… può dirsi veramente un mercato contendibile? Tale regime può dirsi concorrenziale o piuttosto di sostanziale monopolio legale ottenuto non con una licenza esclusiva ad una impresa bensì con un complesso di inibizioni alla presenza di concorrenti?

Io chiudo qui questa analisi di un ipotetico mercato di beni di consumo. Lascio a chi legge di valutare la rilevanza dell’argomento monetario contro l’argomento imprenditoriale, così come lascio a chi legge di valutare la propria esperienza quotidiana di spesa assieme alle critiche da più parti esposte sulla libertà d’impresa in Italia, collegandole a quanto esposto sopra. Poi fateci sapere.

di Leonardo Baggiani, da Chicago-blog.it

link originale: http://www.chicago-blog.it/2010/11/26/prezzi-inflazione%E2%80%A6-e-concorrenza/

From → ECONOMIA, POLITICA

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