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Chi ci salva dal debito? Non la politica.

9 dicembre 2010

Millenovecento miliardi. In valore assoluto è il nostro debito pubblico. Pubblico, ovvero: mio tuo suo. Trentamila euro a cranio, il 120% del Pil. Solo di interessi paghiamo un’ottantina di miliardi l’anno – pari tipo a 6 manovre finanziarie. Che spreco! Ma fosse solo quello. Il fatto è che quel debito non ci costa solo una insostenibile valanga di denaro. Ci costa soprattutto la sovranità. Il voto mio tuo suo non vale più niente, amico. Mettiamo pure la X sul nome che più aggrada, tanto tra una spesuccia e l’altra, tra una riforma non fatta ed un’altra fatta al contrario (leggi: contro-riforma forense) ed un’altra ancora fatta senza soldi (leggi:Università), beh in questo cazzeggio irrazionale, i nostri designati al comando hanno dato le nostre teste in usufrutto a quei campioni di razionalità primordiale che sono i mercati.

Il politico è votato a far debito – deve pur essere rieletto. Più fa debito, però, più erode la sovranità democratica – che non è sua ma di chi vota – cedendone porzioni a quelle entità politicamente irresponsabili, ma democraticamente accessibili e sortibili, che sono i mercati. I tedeschi il debito l’hanno vietato in Costituzione. Il vincolo tecno-giuridico costituzionale è uno strumento a-politico, certo. Perché serve appunto per proteggere la democrazia dall’irresponsabilità, sul lungo periodo, della politica.

Di che parliamo da un paio d’anni a questa parte? Non del fallimento del mercato, signori, ma di quello – plateale su scala euro-atlantica – della politica. Il debito è colpa di chi lo ha fatto, non dei capitalisti che ci hanno guadagnato – e che bene fanno a considerarci, noi irragionevoli spendaccioni, per quello che in fondo siamo: buffoni che non fanno neanche più ridere.
Veniamo a noi. L’Italia – si ricordava sù – ha un debito prossimo al 120% del suo asfittico Pil. Nel 1992, quando sottoscrivevamo Maastricht, era del 108.  Avevamo l’impegno a portarlo al 60 – come prevedeva appunto il Trattato. Lo abbiamo invece allegramente pasciuto di 12 punti 12, che sono qualcosa di cui chi in questi 18 anni 18 ci ha in un modo o nell’altro governato – e cioè ciascuno degli stessi che oggi alternativamente governano, stanno all’opposizione, coltivano l’idea del cambiamento – dovrebbe sentirsi in dovere di assumersi la responsabilità, a cospetto del popolo sovrano, e spiegarglielo che o si accendono le luci in sala e si interrompe il ‘sogno’, o sì che di quella vaneggiata sovranità non resterà che la raccapricciante farsa elettorale.

“Ci sono tre modi per ridurre l’indebitamento di un soggetto” – scrive Mario Seminerio su Phastidio : il rimborso del debito; le “perturbazioni inflazionistiche, che erodono il valore reale del debito medesimo”; oppure il “default.”
Non possiamo fare inflazione, preferiremmo non fare default. Non rimane che ripagare. Okkey, ma sarà difficile finché continueremo a spendere il 20% plus interessi in più di quello che produciamo. Occorre invertire la proporzione – aumentare il Pil che è il denominatore, e ridurre la spesa ed i relativi interessi, che è il numeratore.
Per ridurre lo stock di debito c’è chi, come Giuliano Amato, propone di far pagare ai contribuenti italiani 20 di quei 30.000 euro di debito a cranio – magari, sostiene l’ex premier, prendendo di più a quelli che hanno di più. Soluzione già praticata, nella sua raccapricciante semplicità. C’è poi chi, come il Pdl della campagna elettorale 2008 , sosteneva invece di vendere parte dell’immenso patrimonio immobiliare pubblico. Era lamission number seven del programma elettorale, recentemente evocata da Benedetto Della Vedova in unaassai equivocata trasmissione tv, in cui si sollecitava in verità Berlusconi a rammentarsene ché in tal caso Fli gli avrebbe cantato un’osanna.
Vender màs
è quello che fa Zapatero, l’Irlanda, la Gran Bretagna. Lo diciamo da un po’, qui su Libertiamo, che questa è la strada. L’altro giorno sul Foglio Enrico Cisnetto è andato persino oltre, rilanciando la proposta di Francesco Guarino: una public company per la mercatizzazione del patrimonio pubblico, che non sarebbe dimesso dal Tesoro ma da questi messo, appunto, sul mercato. Il nostro debito oversize subirebbe un rapido e sensibile dimagrimento. E questo sì che agli occhi dei mercati ci farebbe apparire come una ex brutta divenuta una gnocca niente male, alla quale quindi tornare a guardare con voluttuosa fiducia.

Perché i tedeschi questo lo hanno capito – e praticato in tempi non così drammaticamente obbliganti – e noi invece no? Chi è più fedele al rispetto della sovranità popolare, i tecno-rigoristi tedeschi o gli sciacalli della sovranità italiota altrui che sono coloro che in questi quasi cinque lustri di governo a facoltà illimitata non hanno fatto nulla per tappare la falla; si sono anzi, abbeverati a quella fontana debitoria cum magno sed improbo gaudio?
Mignotte & dittatori sono un problema italiano – ma soprattutto di un italiano, della sua dignità e di quella di chi ancora lo sostiene. Il debito invece riguarda tutti – e tutti equamente. Quindi anche di quell’uno che il 15 dicembre avrà le chiavi per ripartire.

La ragion d’essere della promessa berlusconiana era proprio la riduzione del peso dello Stato e del debito nella vita del Paese. La crisi politica del berlusconismo deriva da questo: non aver affrontato né tantomeno risolto quei nodi strutturali che chiunque si assuma d’ora innanzi la responsabilità di governare riceverà in eredità, lasciati praticamente intonsi da chi ha gvernato sin qui. Bene, sciogliere quei nodi, oggi, è l’obiettivo che Fli dichiara di voler conseguire. E questo vuol dire affrontare e risolvere strutturalmente la questione del debito. Serve però più che una maggioranza parlamentare per riuscire a vincere la madre di tutte le imprese: serve determinazione, consenso inter-istituzionale, senso della missione. Serve probabilmente quello che solo un governo tecnico, in questa fase, è capace di garantire.
Suona brutto, lo so. Si tratta di accettare il fatto che la formalizzazione della crisi politica apra la strada ad un‘commissariamento’ pilotato della politica. Ora, potrà mai un governo dei saggi, dei capaci, degli autorevoli, dei politicamente irresponsabili fare in due anni quello che non è stato fatto in diciotto, dai democraticamente responsabili? E se così fosse, se costoro – i nomi di questo governo aristotelico in caso fateli voi – se loro riuscissero davvero a sanare i guasti della democrazia restituendoci la sovranità sul nostro patrimonio comune – ovvero rendendo sopportabile il fardello debitorio – ebbene cosa ne sarà della politica? Beh, è materia democraticamente sensibile – ne convengo. Ma qui torniamo all’assunto iniziale: siamo già in un regime di sovranità sostanzialmente condizionata. Dipendiamo dai mercati, dall’Fmi, dall’Europa. Istituzionalizzare, con il sostegno della super-imparzialità costituzionale del Capo dello Stato, i limiti della politica con un’iniziativa tecnica ‘alla tedesca’, che abbia – va da sé – il sostegno operoso delle forze politiche che hanno vinto le ultime elezioni, credo sarebbe in realtà il modo di salvarla la nostra democrazia, e con essa la nostra desiderata sovranità.

di Simona Bonfante, da Libertiamo.it

link originale: http://www.libertiamo.it/2010/12/06/dopochi-ci-salva-dal-debito-non-la-politica/

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