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Un programma per crescere, uomini pericolosi cercasi

6 dicembre 2010

C’è da augurarsi che il fine settimana abbia portato consiglio su Mirafiori. Non è in gioco solo la presenza in Italia della Fiat e del suo indotto. La politica ha la testa altrove, nella conta dei fedeli e dei traditori. Ma è l’intera manifattura italiana da una parte, e dall’altra la PA e i servizi, che avrebbero bisogno di una nuova cornice fatta da misure atte ad alzare stabilmente la produttività, e a dare insieme più reddito disponibile ai lavoratori dipendenti, minori esternalità negative a tutti in termini di inflazione, gap infrastrutturale e e sovraccosto energetico. Sogni? No. Servono uomini pericolosi, per realizzarlo. Pericolosi e irriducibili, rispetto alla stantia rassegnazione che domina il dibattito pubblico,  al fuoco statalista che rianima illusioni pericolose. Forse è il caso di ripassare alcuni dati.

Nel 2007 precrisi, la manifattura garantiva il 25% del totale del valore aggiunto delle attività di mercato in Italia – se escludiamo l’immobiliare e relative locazioni – occupando un quinto della manodopera nazionale, 5 milioni di persone. In Italia la manifattura è declinata meno che in altri Paesi avanzati. Nella crisi abbiamo scoperto che è un bene, perché oltre il 70% della reklativa e insufficiente crescita a breve del Paese viene di lì, e dall’export industriale. Per questo l’Italia è rimasta quinta potenza industriale al mondo, con il 3,9% della produzione planetaria. Insieme alla Germania – l’unica a crescere – siamo l’unico Paese avanzato che ha mantenuto nella crisi una quota di mercato pari al 4,8% del valore del commercio mondiale. E se consideriamo il prodotto industriale procapite, dopo la Germania al mondo continuiamo a venire noi, prima della Cina, USA e del Giappone. Nel 2008 la bilancia commerciale dell’export manifatturiero è stata positiva per 63 miliardi di euro, e anche nel terribile 2009 lo è rimasta per 47. Tutto ciò è avvenuto perché dopo le violente ristrutturazioni seguite all’ingresso nell’euro e al venir meno delle svalutazioni monetarie, all’ingresso della Cina nel WTO, all’indebolimento della domanda interna figlia delle manovre di contenimento della finanza pubblica, la manifattura italiana ha risposto con innovazioni di prodotto e processo, organizzative e gestionali, commerciali e di marketing, grazie alle quali ha preso a esportare ormai per il 60% in settori come le macchine industriali, la metallurgia e i prodotti chimici, mentre l’export tradizionale legato a tessile, moda, scarpe, mobili etc vale solo più il 15%. …

Se le imprese manifatturiere con sedi produttive proprie all’estero in almeno due altri Paesi oltre l’Italia sono salite a circa 15 mila, con circa 200mila imprese italiane nel proprio indotto e catene di fornitura, ad aver fatto outsorcing all’estero per una parte almeno del proprio prodotto sono passate dal 12,5% del totale nazionale nel 200o a un considerevolissimo 25% nel 2009.

Ma questo processo incontra pesanti ostacoli “di sistema”. La produttività, se tralasciamo quella del settore delle costruzioni, è scesa dello 0,75 annuo in media dal 2000 al 2003, per poi tornare a crescere dell’1,3% annuo dal 2003 al 2007, quando è esplosa la crisi. Restiamo al 78° posto nella graduatoria del business environment della Banca Mondiale, per le difficoltà nell’esecuzione dei contratti, le tasse pesantissime, l’invasività delle norme regolatorie e amministrative.

Tra il 2000 e il 2007, il costo del lavoro unitario nel manifatturiero italiano è cresciuto del 19,6%, mentre è sceso del 5,7% in Francia, dell’8% negli USA, del 9,7% in Germania. Oltre alla bassa produttività si sono aggiunti rincari del costo del lavoro indipendenti dai profitti delle imprese, e il risultato è stata la perdita di 27 punti di competitività sulla Francia, 30 sugli Usa e 32 sulla Germania. Nel 2007 l’EBIT manifatturiero italiano era al più basso livello dal 1980, il 3%. I bassi profitti medi hanno abbassato gli investimenti: dalla media dell’1,7% di aumento annuale negli anni Ottanta, all’1,2% nei Novanta, allo 0,6% tra 2000 e 200 .

Questo scenario è insostenibile. Spiega in larga parte perché in termini di reddito procapite gli italiani siano scesi da 103 nel 2001 – fatta 100 la media dell’eurozona – a 93 nel 2009. Un calo drastico a cui ha dato una potente mano lo stallo di produttività dei servizi e della PA, entrambi in larghissima misura esclusi dall’effetto benifico della concorrenza sui e dai mercati esteri.

Per la manifattura italiana basse tasse, PA meno ostile, giustizia più efficiente, sono necessari nel breve per continuare a inseguire la rapidissima trasformazione mondiale in atto. Fino agli anni 80, il 60% del Pil planetario veniva dai Paesi di vecchia industrializzazione, e il 40% da quelli emergenti.

Ora solo il 30% della crescita mondiale viene dai paesi sviluppati, il 70% da Cina ed emergenti. Per il FMI, la crescita media annua del 4,5% di Pil mondiale prevista per il prossimo lustro continuerà stabilmente a venire per iol 3,3% dagli emergenti, per l1.2% dai vecchi industrializzati. Al 2030, ai ritmi attuali, l’Asia peserà per il 53% del Pil mondiale, il Nordamerica il 20%, l’Europa solo il 13%. Oggi, la popolazione con reddito procapite superiore ai 30 mila dollari l’anno è di circa un miliardo di individui, per l’80% nei paesi sviluppati. Di qui a 20 anni, il loro numero salirà di almeno 600 milioni, dei quali 470 nei Paesi emergenti, 200 milioni nella sola Cina e 70 milioni in India. Saranno consumatori diversi da quelli che conosciamo. Bisogna prepararsi sin da adesso. Più giovani di quelli a cui siamo abituati, Nati “digitali”. E con molte più donne a decidere.

Perché la manifattura italiana possa farcela, sbaglia in pieno chi crede che la concorrenza sia con le paghe e i diritti cinesi.

Il punto è di concentrarsi su tecnologie avanzate, pervasive e cross cutting: materiali avanzati, nanotecnologie, micro e nano elettronica, biotecnologie, fotonica. Conta aver a sostegno finanza, internazionalizzazione, classe dimensionale: condizioni che da noi difettano.

Concentrarsi su queste svolte a breve e di sistema per la manifattura. A fianco, avviare un programma di lungo periodo per produttività e concorrenza nella PA – da cedere in vasti pezzi al mercato, con relativi dipendenti – e servizi. Di questo e nient’altro, dovrebbe essere fatta, la priorità politica del Paese nell’eurocrisi che incombe.

Cercasi politici che ne mastichino, e che abbiano ambizione e carisma per girare pagina.

Sogni? No. Non tutti gli uomini sognano nello stesso modo. C’è chi sogna la notte, e al risveglio si deprime perché si arrende a una realtà che fa apparire vane le immagini notturne. E c’è chi sogna di giorno ed è pericoloso, perché può darsi che reciti i suoi sogni ad occhi aperti per attuarli. L’impossibilità è parola che si trova solo nel vocabolario dei rassegnati. Noi, non ci rassegnamo.

di Oscar Giannino, da Chicago-blog.it

link originale: http://www.chicago-blog.it/2010/12/05/un-programma-per-crescere-uomini-pericolosi-carcansi/

From → ECONOMIA, ITALIA, POLITICA

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