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La nuova riforma forense: un governo “liberale” in favore di una “casta liberale”?

30 novembre 2010

Da pochi giorni il Senato della Repubblica (eletto/nominato da cittadini che hanno almeno 25 anni) ha votato a maggioranza la riforma cd. “forense”, che secondo il ministro Alfano “assicura un’avvocatura piu’ specializzata, piu’ indipendente e piu’ qualificata professionalmente”. Per avere maggiore contezza della questione, occorre fare un passo indietro e tornare alla dichiarazione del Presidente del Consiglio di qualche giorno fa: “ci aspettano tre anni decisivi per portare a termine la rivoluzione liberale” attraverso varie riforme, tra cui quella forense.

A tal proposito, il pensiero liberale vorrebbe l’abolizione totale degli ordini professionali ed addirittura del valore legale del titolo di studio.

Ciò perchè ritiene che la capacità di un professionista,piuttosto che di un laureato, non è comprovata dal “pezzo di carta”, bensì dai risultati ottenuti sul campo e di conseguenza sui meriti. Ma su questo aspetto torneremo più avanti.Tuttavia, è pur vero che ormai tutti si definiscono liberali, per cui è anche possibile una visione diversa su certi temi. Entrando nello specifico della questione, il testo di legge uscito dall’aula del Senato porta con sé alcune novità di rilievo per il presente, ma soprattutto per il futuro dell’avvocatura. …

Esso, proposto dal Ministro della Giustizia, e passato al vaglio della competente commissione parlamentare(che per completezza è composta ai suoi massimi vertici da tre avvocati, di cui uno anche professore universitario, e da due magistrati, tutti di età comprese tra i 52 ed i 69 anni) prima, e dell’aula dopo, ridefinisce in modo copernicano tutto il mondo dell’avvocatura. Per maggiore chiarezza appare opportuno analizzare il testo, almeno nei suoi aspetti più salienti. La legge è divisa in cinque titoli ognuno dei quali si occupa di precisi aspetti.La trattazione, però, berterà sui primi tre. Il primo, che va dall’art. 1 all’art. 13, concerne la disciplina generale sullo status di avvocato. In particolare, le norme che più destano attenzione, sono previste dagli artt 2, 8,9,10, 11 e12 . Gli altri ( e ciò varrà anche per i successivi titoli) non sono di minore importanza, ma di fatto mantengono lo status quo che,paradossalmente, rappresenta un fatto positivo. Entriamo, dunque nell’analisi dei singoli articoli. L’art 2 rappresenta l’esatto opposto di ciò che è stato affermato sopra. Infatti, viene subordinato l’esercizio della professione forense e di conseguenza il titolo di avvocato, all’iscrizione all’albo. Poco male, se non fosse stata inserita in altro titolo (su cui torneremo) che essa sarà subordinata alla prova dell’esercizio continuato dell’attività: senza infatti anticipare questioni, in questa sede occorre chiedersi quale sia la necessità di diminuire – sic et simpliciter – il numero degli avvocati iscritti ad un albo professionale. In altre parole, se un soggetto benestante, che non vuole svolgere la propria attività professionale nelle aule di giustizia, si iscrive (pagando) solo per forgiarsi del titolo, che danni può causare? L’art. 8 introduce una novità. Il conseguimento ed il riconoscimento del titolo di specialista. Chi è l’avvocato specialista? La legge non lo spiega direttamente, ma lo si può desumere dal secondo comma, lett. a) che fa riferimento ai diversi riti processuali. In ogni caso ciò che interessa al Legislatore è spiegare come si fa ad ottenere tale titolo. Innanzitutto le modalità per l’ottenimento del titolo spettano al Consiglio Nazionale Forense (organo massimo dell’avvocatura), che emanerà un regolamento disciplinante i percorsi formativi e professionali necessari ( i primi saranno gratuiti o a pagamento?) per il conseguimento del titolo, che non potranno avere durata inferiore ai due anni. Tuttavia, il testo contiene il requisito minimo per poter presentare la domanda che è la maturazione di anzianità di iscrizione all’albo degli avvocati, per almeno 4 anni ininterrotti e senza sospensioni. Anche in questo caso non è facile cogliere la sottigliezza, senza andare a leggere l’art. 15 che introduce tra i requisiti per l’iscrizione nell’elenco dei difensori d’ufficio, quello di far parte dell’elenco degli avvocati specialisti in diritto penale. Ma rimanendo nello stesso ambito, la seconda novità sta nel fatto che all’esito dei due anni di corsi (per un totale di 200 ore) si dovrà sostenere un esame, la cui commissione sarà composta da magistrati, avvocati, membri del CNF, docenti universitari e appartenenti ad associazioni forensi riconosciuti dallo stesso CNF. Ritenete che sia finita qui? Purtroppo no. Infatti dopo il conseguimento del titolo di specialista, attribuito esclusivamente dal CNF, gli avvocati dovranno curare il proprio aggiornamento professionale secondo modalità stabilite dallo stesso Consiglio che avrà durata annuale con un minimo di 50 ore (le spese per i corsi anche in questo caso su chi ricadranno?) I successivi artt. 9 e 10 disciplinano l’aggiornamento degli avvocati senza specializzazione. Essi sono obbligati all’aggiornamento attraverso corsi (la domanda rimane la stessa: gratuitamente o a pagamento?), eccetto una elencazione di avvocati che ne sono esentati. Chi sono? La norma li specifica: •1) gli avvocati che hanno ottenuto il titolo di specialista, ai sensi dell’articolo 8, fermo quantoprevisto nel regolamento del CNF di cui al 5 del medesimo articolo; •2) gli avvocati sospesi dall’esercizio professionale, ai sensi dell’articolo 19, comma 1, per il periodo del loro mandato; gli avvocati dopo venticinque anni di iscrizione all’albo o dopo il compimento del sessantesimo anno di età; •3) i membri del Parlamento nazionale ed europeo; i consiglieri regionali; i presidenti di provincia e gli assessori provinciali; i sindaci e gli assessori di comuni con popolazione superiore a 100.000 abitanti; i docenti e i ricercatori confermati delle università in materie giuridiche. A ben vedere, insomma, gli “obbligati” all’aggiornamento ( che a pensarci bene sembra assurdo, dal momento che qualunque professionista dovrebbe aggiornarsi per essere al passo con le nuove normative nelle materie di competenza) sono i giovani avvocati che non fanno politica attiva. Per assurdo, infatti l’assessore all’agricoltura di una piccola provincia italiana non ha bisogno di aggiornarsi a differenza di un giovane avvocato con il diploma di una scuola di specializzazione che ne è soggetto. Occorre, però, sottolineare che la politica richiede impegno e tempo, la professione forense, forse, un po’ meno. Ma tant’è. L’art.11 introduce un’altra eccezionale novità: l’obbligo assicurativo per la responsabilità civile per tutti gli avvocati. In altre parole, ogni avvocato dovrà stipulare una polizza assicurativa a copertura della responsabilità civile derivante dalla professione a pena di sanzioni disciplinari. Naturalmente a spese dell’avvocato stesso. Il successivo articolo riguarda forse il punto più discusso e dibattuto di tutta la riforma, e cioè la materia delle tariffe professionali: in particolare si prevede la vincolatività e l’inderogabilità delle tariffe minime ed il divieto del patto di quota-lite. Il patto di quota lite è quell’accordo che avviene tra avvocato e cliente per cui il primo percepirà una somma stabilita al momento dell’inizio del procedimento e che consiste in una percentuale o una quota dei beni ottenuti con la vittoria. Questo fu introdotto dall’allora ministro Bersani nel pacchetto delle liberalizzazioni. L’obiettivo era quello di far conoscere a monte al cliente il costo della causa, ma soprattutto evitare lungaggini processuali. La riforma, secondo il principio per cui la professione forense non può essere ridotta ad una mera attività commerciale, abolisce questo, reintroducendo le tabelle minime e rendendo notevolmente più difficoltoso per i giovani avvocati competere nel mondo a cui accedono. Anche su questo c’è da chiedersi come un governo liberale possa combattere la concorrenza, mascherandola con assenza di qualità; soprattutto contestando una mancanza di professionalità che per codice deontologico è sempre dovuta. Dall’art 14 inizia il secondo titolo riguardante l’iscrizione, il mantenimento e la cancellazione dall’albo professionale. L’art 15, come già precedentemente scritto, stabilisce chiaramente che per l’iscrizione nelle liste di difensori d’ufficio occorre essere avvocati specialisti in diritto penale (che ricordiamo ha come requisito l’iscrizione all’albo degli avvocati da almeno 4 anni). Chi fa parte di questo mondo, sa benissimo che i giovani avvocati che decidono di intraprendere la carriera penalistica, per lo più lavorano con le difese d’ufficio. Anche in questo caso, per dovere di cronaca, occorre spiegare che il difensore d’ufficio è l’avvocato che viene nominato non dal cliente ma dallo Stato attraverso un doppio passaggio: la procura chiede all’ordine del distretto di corte d’appello in cui si è verificato il reato, il nominativo di un avvocato iscritto nelle liste dei difensori d’ufficio; l’ordine lo comunica. Con la riforma, quindi, gli ordini saranno “costretti” ad indicare solo una precisa categoria di avvocati, a scapito dei giovani. Gli artt. 16 e 20 introducono l’ennesima novità: la modifica del regio decreto Legge n.1578/1933 riguardante la cancellazione dagli albi, dagli elenchi e dai registri. La novità sta nel fatto che la cancellazione avviene con l’accertamento della mancanza del requisito minimo per l’esercizio della professione. Vi è di più. Ciò può accadere quando sia riscontrato il mancato e continuativo esercizio della professione in base ad accertamenti condotti anche mediante richiesta all’ente previdenziale. Quindi, se il giovane avvocato non guadagna, non per mancanza di volontà o professionalità, ma per mancanza di clienti, rischia la cancellazione dall’albo (dopo un contraddittorio). Le conseguenze possono essere due: o la diminuzione degli avvocati, o l’aumento indiscriminato di cause civili che ingolferebbero ancora di più i nostri tribunali ( ma qui subentrerebbe il mediatore, nuova figura professionale a cui si è creato tanto per cambiare un albo ed il cui requisito minimo è l’iscrizione ad un corso e poi il superamento dell’esame). L’art.17 disciplina le incompatibilità. Si tratta di una norma che disciplina le incompatibilità tra avvocati e: • •1) Socio illimitatamente responsabile; •2) Amministratore di società di persone aventi quali finalità l’esercizio di attività d’impresa commerciale; •3) L’amministratore o consigliere delegato di società di capitali; •4) Presidente di CDA con effettivi poteri individuali e di gestione. Vi sono, però delle deroghe previste dall’art 18. Infatti tale regolamentazione non si applica alle imprese agricole e ai docenti universitari o medi in materie giuridiche. La domanda da porsi, però, è: qual è l’età media dei docenti universitari? L’art. 21 si occupa di disciplinare l’albo speciale per il patrocinio davanti alle giurisdizioni superiori, introducendo criteri più rigorosi per l’accesso. Purtroppo anche in questo caso si deve far presente che per poter patrocinare in Cassazione non basta avere il titolo di avvocato, ma occorre l’iscrizione ad un ulteriore albo, che per l’appunto è quello dei “cassazionisti”. Al momento per potervi accedere vi sono due possiblità: •1) l’iscrizione automatica dopo 12 anni di esercizio dell’attività professionale con almeno due udienze da difensore nominato in Corte d’Appello. •2) Un esame specifico. Anche in questo caso la riforma cambia tutto: verrà cancellato l’automatismo e si dovrà superare un apposito esame dopo otto anni di esercizio continuato alla professione. Per parteciparvi occorre un requisito che è la frequenza lodevole e proficua della scuola superiore dell’avvocatura del CNF (e torniamo alla domanda: gratuita o a pagamento?). Superata la scuola, vi sarà un esame su settori professionali esercitati dal candidato che sarà esaminato da una commissione composta da magistrati, avvocati e professori universitari. Naturalmente, vi sono delle deroghe: •1) Coloro che all’entrata in vigore della presente legge sono già iscritti all’albo delle giurisdizioni superiori •2) Chi nella stessa data abbia maturato i requisiti per detta iscrizione. Il titolo terzo infine, si occupa degli organi forensi e delle sue funzioni… Di particolare interesse sono gli articoli 39 e 40, concernenti l’iscrizione al registro dei praticanti subordinata al superamento di una prova di ingresso con modalità informatiche e l’obbligo di rimborso spese, ma soprattutto gli artt. 46 e 47 che disciplinano gli esami di Stato per l’accesso alla professione forense. L’attuale esame di Stato si compone di tre prove scritte ed una orale: le prime concernono due pareri (penale e civile) ed un atto a scelta di penale, civile o amministrativo. Tutti con il supporto di un codice annotato con la giurisprudenza. La riforma, per stessa ammissione del relatore del testo, ritorna al passato prevedendo l’elaborazione di un solo atto a scelta, ma senza il supporto della giurisprudenza, con una novità: l’introduzione di una prova preselettiva con l’uso del computer al posto di carta e penna. La ragione, secondo il Legislatore, sta nel fatto che si deve privilegiare una preparazione di carattere pratico e quindi non può esulare dalla materia effettivamente svolta durante il tirocinio, dimenticandosi che soprattutto in ambito civile, per la redazione di un atto, molto spesso si ricorre all’ausilio delle massime della Suprema Corte di Cassazione. La riforma del presunto Governo liberale lascia,perciò, sicuramente delle perplessità su vari aspetti. In primis, il futuro dei giovani. Se il testo dovesse essere firmato dal Presidente della Repubblica, causerebbe sicuramente enormi difficoltà per giovani avvocati che si vedrebbero costretti alla ricerca spasmodica di clienti o all’accettazione delle regole di titolari di studio, pena la cancellazione dall’albo; obbligati a pagare un’assicurazione per cause che soprattutto all’inizio potrebbero non avere; scalzati da avvocati specializzati solo per motivazioni anagrafiche, ma, soprattutto, limitati nella possibilità di far concorrenza con grandi studi legali per via delle tabelle minime e del divieto del patto di quota lite. Un altro aspetto che desta non pochi dubbi è l’eccessiva presenza di elenchi, albi ed esami che sicuramente chiudono su se stessa tutta la professione forense allontanando l’idea liberale da questo mondo, la quale predilige il merito e la capacità alla forma e, alle volte, alla fortuna. In conclusione, per usare una provocazione di Oscar Giannini, questa riforma è una vittoria del corporativismo a cui si aggiunge una citazione (altrettanto provocatoria) tratta dalla poesia di Totò ‘A Livella: “..e la casta è casta e va sì rispettata!”

di Claudio Ferrante (avvocato), da Rischio Calcolato

link originale: http://rischio-calcolato.blogspot.com/2010/10/la-nuova-riforma-forense-un-governo.html

From → GIUSTIZIA, POLITICA

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