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Il futuro dell’università

26 novembre 2010

Il disegno di riforma delle università proposto dal governo che è in discussione alla Camera rappresenta un tentativo di rimediare ai guasti enormi che si sono accumulati nell’ultimo mezzo secolo per colpa delle innumerevoli riforme che hanno distrutto quanto c’era di buono nel nostro sistema universitario e dato vita a una situazione che ha dell’incredibile.
Intervenendo ieri sul provvedimento ho creduto doveroso fare presente il mio punto di vista. Ho dichiarato: “Onorevoli colleghi, avendo passato nell’università la gran parte della mia vita – vi sono entrato da studente nel 1964 e ne sono uscito nel 2002 -, credo di conoscere abbastanza bene il processo di deterioramento che ha colpito i nostri atenei. Le università oggi obbediscono a quella che ormai è diventata una regola generale in questo Paese; cioè, non vengono studiate e progettate nell’interesse dei loro utenti, cioè degli studenti, ma per la comodità e l’interesse di coloro che vi trovano lavoro. Servono a dare occupazione a persone altrimenti inoccupabili perché incapaci e semianalfabeti.

Sforniamo migliaia di giovani che sono condannati alla disoccupazione perché inoccupabili. L’università insegna cose che non servono a nessuno e, in più, inculca nelle loro menti l’idea bizzarra che lo Stato debba dar loro un’occupazione degna del titolo di studio. Ho letto sui giornali che ci sono state mille domande per tre posti di operatore ecologico: molti di questi erano dei laureati. Non vi vergognate di difendere l’esistente, il proliferare di università inutili, di facoltà inutili, di professori incapaci”.

Il lettore che ha avuto la pazienza di seguirmi da queste colonne sa che, occupandomi dell’argomento, ho sostenuto che l’università italiana prima che i conati di riforme miracolose ne facessero strame era una istituzione culturale valida, anche se certamente poco moderna. La magagne cui i sinistri volevano porre rimedio erano tali solo ai loro occhi, di persone cioè sovente poco informate di cose universitarie per non averle mai frequentate.

Si inventarono il problema del potere dei “baroni”, i cattedratici, che sopprimevano la vita democratica nelle università. Ritenevano vergognoso che gli studenti, il personale non docente e gli uscieri fossero esclusi dai consigli di facoltà e dai processi decisionali che si occupavano dell’amministrazione delle università. Nello stolto tentativo di placare la contestazione studentesca, s’impegnarono a fondo nella distruzione di un’istituzione che aveva una storia plurisecolare.

Abolirono la libera docenza, che forniva ai giovani assistenti un incentivo a produrre pubblicazioni scientifiche (se non conseguivano la docenza entro dieci anni, erano destinati all’insegnamento scolastico) e ne mettevano a prova le capacità didattiche (per superare l’esame si doveva fare una lezione). Il titolo non costava un centesimo allo Stato e non si capisce perché abbiano deciso di abolirlo. Una delle conseguenze di questa scelta infausta fu che gli assistenti ordinari divennero subito di ruolo per la vita, senza più essere sottoposti ad alcun esame-

Quanto ai “baroni”, si può avere una chiara idea del loro strapotere dal fatto che nel 1966 la Facoltà di Medicina dell’università di Roma aveva meno di dieci professori ordinari, oggi solo quella della “Sapienza” ne annovera ben ottocento, fra associati e ordinari, cui vanno aggiunti quelli delle altre facoltà romane di medicina. Quest’esplosione del numero dei docenti non è stata decisa perché sia cresciuto esponenzialmente il numero degli studenti (che anzi è diminuito per via dell’esame di ammissione) ma perché la “democratizzazione” delle procedure concorsuali ha consentito un aumento astronomico delle cattedre.

Credo, quindi, che le mie affermazioni alla Camera non siano state spropositate e suggerirei al ministro Gelmini di sostituire la sua riforma con una più semplice e più radicale, composta da un solo articolo: “Ogni italiano, compiuto il venticinquesimo anno d’età, è laureato. Può ritirare il diploma di sua scelta presso qualsiasi ufficio postale, previo il pagamento di un ticket, la cui entità viene decisa ogni anno dal ministro dell’Istruzione.” Essendo tutti laureati, all’università andrebbero solo quelli che vogliono imparare qualcosa e pretenderebbero che i professori fossero in grado di insegnarla, pena la perdita di studenti. Elementare, no?

Leggi il testo dell\’intervento di Antonio Martino alla Camera

di Antonio Martino, da ilblogdiantoniomartino.it

link originale: http://ilblogdiantoniomartino.blogspot.com/2010/11/il-futuro-delluniversita.html

From → ECONOMIA

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