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Ritornare al gold standard?

24 novembre 2010

Il muro di Berlino non è crollato per le monete, lasciate ai pianificatori delle banche centrali. È ora di cambiare marcia

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In un articolo pubblicato sul Financial Times dello scorso 7 novembre il presidente della Banca Mondiale, Robert Zoellick, ha avanzato la proposta di collegare nuovamente l’economia mondiale all’oro, che dovrebbe fungere da àncora al fine di mantenere la stabilità dei cambi e ridurre le attese di inflazione nei mercati internazionali.
Una settimana prima era stato l’editorialista Martin Wolf a chiedersi, sul medesimo giornale, se “il mondo non potrebbe tornare al gold standard?”. Wolf osservava che «è facile capire i fattori che rendono attraente l’idea del gold standard. La moneta è una convenzione sociale. Il vantaggio di un nesso con l’oro (o con un qualsiasi altro bene) è che il valore del denaro apparirebbe scevro da manipolazioni da parte del potere politico. L’obbiettivo sarebbe dunque quello di “spoliticizzare” la moneta». …Read More

Wolf proseguiva sollevando una serie di obiezioni all’idea di reintrodurre lo standard aureo, tra le quali: (a) il fatto che ciò imporrebbe una considerevole revisione verso l’alto del prezzo ufficiale dell’oro espresso in dollari, cosa che Wolf ritiene abbastanza ingiusta, in quanto rappresenterebbe un profitto eccezionale e del tutto immeritato per gli attuali possessori di metallo giallo; (b) questa via imporrebbe ulteriori costi di transazione negli scambi internazionali, giacché alcuni squilibri commerciali dovrebbero essere compensati per mezzo di trasferimenti in oro e (c) il passaggio al gold standard potrebbe limitare la flessibilità nel settore bancario e finanziario necessaria alle autorità monetarie al fine di controbilanciare una eventuale tendenza verso la recessione, che potrebbe causare una diminuzione della produzione e un aumento della disoccupazione.

Come Wolf osservava correttamente, nel passato uno dei principali vantaggi del gold standard consisteva nel fatto che tale sistema allontanava la mano del governo dai comandi delle zecche di Stato. In fin troppe occasioni i governi si sono avvalsi del proprio potere, o della propria influenza sul sistema monetario, svilendo la moneta metallica o stampando cartamoneta al fine di coprire il disavanzo tra la spesa pubblica e gettito fiscale.

Tuttavia, a dispetto dei timori espressi da Wolf, si può affermare che i costi del gold standard sarebbero considerevolmente inferiori a quelli imposti sulla società da un secolo di gestione scandalosamente pessima del sistema monetario da parte dei governi di tutto il mondo. Fin dal 1914, quando negli Stati Uniti la Federal Reserve iniziò ad operare quale banca centrale del paese e pochi mesi dopo scoppiò la Prima Guerra Mondiale, il mondo è stato testimone di numerosi episodi di forte inflazione (che in alcuni casi hanno raggiunto il livello di iper-inflazione) e ha sopportato gli effetti di ripetuti cicli di espansione e recessione, gli esempi più eclatanti dei quali sono la Grande Depressione degli anni Trenta e la crisi economica globale dei giorni nostri.

Affidare le sorti del sistema monetario mondiale alle mani di organi di pianificazione centrale monetaria, dotati di tutta la discrezionalità immaginabile grazie al loro controllo di valuta cartacea, anziché del metallo aureo, non ha garantito un ambiente economico a prova di inflazione o di recessione.

Verso la metà degli anni Ottanta il grande economista liberista Milton Friedman (che per anni aveva propugnato un sistema monetario cartaceo le cui capacità di aumentare l’emissione di moneta fossero strettamente limitate da una ferrea soglia del 3 per cento annuo) ammise di avere sbagliato nel ritenere che un siffatto sistema potesse mai funzionare. Friedman dichiarò di essere ormai convinto che i governi o le banche centrali non avrebbero mai avuto alcun interesse a resistere alla tentazione di stampare moneta al fine di finanziare la spesa pubblica, favorire interessi costituiti e mirare ad altri scopi politici di breve periodo. Egli era giunto alla conclusione che, col senno di poi, i costi a danno della società prodotti a partire dal 1914 dall’inflazione e dai cicli di espansione e recessione causate dalla cattiva gestione ad opera della banca centrale erano di gran lunga superiori a quelli prodotti da un gold standard autentico, libero da interferenze politiche e basato sull’estrazione, il conio e il deposito di metallo aureo e sull’agevolazione delle transazioni per mezzo del ricorso all’oro.[1]

È un fatto che l’inflazione causata dai poteri pubblici, insieme ai timori di inflazione, hanno già prodotto un profitto inatteso a vantaggio di chiunque negli anni scorsi sia stato abbastanza saggio e intraprendente da investire in oro o in compagnie minerarie. Costoro hanno tutelato i propri beni dalla svalutazione del dollaro e in più di un caso hanno realizzato buoni profitti derivanti dai propri investimenti in oro. Ma il fattore che ha creato questa “opportunità” è stata la disastrosa gestione della politica monetaria da parte delle autorità.

Se la Federal Reserve smettesse di aumentare la massa monetaria e se venisse stabilito un nuovo tasso legale di cambio tra oro e dollaro, basato sul numero complessivo di dollari in circolazione nel mondo diviso per l’ammontare di metallo aureo detenuto dalle autorità statunitensi, ogni eventuale “guadagno” finanziario realizzato dai possessori di oro sarebbe interamente dovuto alla valanga di dollari stampati dalla Fed nel corso degli anni. L’aumento del prezzo dell’oro espresso in dollari è stato prodotto dalla svalutazione del dollaro, dovuta a sua volta ad una sfrenata espansione monetaria.

Infine, il timore che un gold standard genuino legherebbe le mani dei governi e delle banche centrali, privandoli dell’autorità discrezionale di manipolare il sistema monetario dovrebbe essere considerato un punto a favore del sistema. Solo il più dottrinario dei keynesiani potrebbe negare che tutte le recessioni del passato, nonché l’attuale crisi economica, sono state immancabilmente precedute da boom insostenibili dovute ad un’espansione della massa monetaria e dalla manipolazione dei tassi d’interesse: questi fattori hanno alterato l’equilibrio tra risparmio e investimenti, stimolando artificialmente progetti edilizi fuori proposito e indirizzando la forza lavoro verso attività che, non appena la bolla speculativa nel settore della finanza e degli investimenti ha iniziato a sgonfiarsi, non hanno più realizzato un profitto.[2]

Sono le espansioni indotte dalla politica monetaria la “causa” che precede la crisi che fa loro immancabilmente seguito. Basta eliminare o ridurre drasticamente la possibilità che governi e banche centrali hanno di creare artificiosamente questo genere di espansioni affinché la probabilità che si verifichino crisi che interessano l’intera economia venga considerevolmente ridotta, se non del tutto eliminata.

Nel suo articolo Martin Wolf menziona il fatto che alcuni commentatori hanno auspicato una riforma in campo monetario ancora più radicale di un nuovo standard aureo gestito dai poteri pubblici, ossia l’abolizione delle banche centrali e la completa separazione della moneta dallo Stato, per il tramite di un sistema monetario basato sul concetto del free banking, vale a dire la libera concorrenza tra la moneta emessa da banche private.
Wolf scarta anche questa alternativa, nella convinzione che il mondo non sia pronto per un cambiamento del genere, anche se potesse funzionare. Questa, tuttavia, è la più ragionevole delle alternative all’attuale sistema di pianificazione centralizzata del sistema monetario per il tramite di istituzioni pubbliche quali le banche centrali.

La pianificazione monetaria non ha avuto esiti migliori di qualsiasi altro tipo di pianificazione centralizzata tentata nel corso degli ultimi cent’anni. Semplicemente, i funzionari delle banche centrali, non diversamente dai pianificatori della vecchia Unione Sovietica, non dispongono delle conoscenze, della saggezza e dell’abilità necessarie per riuscire a gestire il sistema monetario di un’economia di mercato.

Quando si cerca di determinare quali debbano essere i tassi d’interesse sul mercato, da una parte abbiamo i banchieri centrali, dall’altra l’interazione in concorrenza dei soggetti che cercano e concedono denaro in prestito, allo scopo di investire risorse per  definizione scarse. È possibile che i primi sappiano meglio dei secondi quale sia il livello più idoneo? Come possono le banche centrali sapere la quantità e il tipo di credito che dovrebbe essere disponibile sul mercato meglio di chi cerca di utilizzare le varie merci a fini monetari e di interagire nei più diversi tipi di richiesta e concessione di prestiti?

La moneta è nata dalle interazioni di mercato, allo scopo di trovare un sistema più efficace di agevolare le transazioni. Lo Stato non ha creato la moneta, ma  ha dato mostra di una grande creatività nell’escogitare sempre nuovi modi per monopolizzare il proprio controllo sulla valuta e per manipolarla per scopi politici.

Le attività bancarie e le altre forme di intermediazione finanziaria non hanno alcun bisogno della creazione o della supervisione da parte delle autorità politiche per far incontrare chi cerca denaro in prestito e chi è disposto a concederlo al fine di concludere scambi reciprocamente vantaggiosi. Tuttavia le normative e i controlli imposti ai mercati finanziari possono generare pratiche anticoncorrenziali e produrre un uso distorto e male indirizzato di risparmio e capitale. Infine, possono far sì che una parte delle scarse risorse a disposizione della società vengano risucchiate per alimentare l’insaziabile desiderio del governo di spendere il denaro altrui.

Per fortuna, nel corso degli ultimi vent’anni numerosi economisti ispirati dai principi del libero mercato hanno illustrato il possibile funzionamento di un sistema di free banking privato e concorrenziale, dimostrando che tale sistema svolgerebbe assai meglio dell’attuale una serie di compiti e di attività per le quali si ritiene comunemente che sia indispensabile disporre di una banca centrale.[3]

È giunto il momento di ripensare le premesse più fondamentali dell’attuale ordine monetario. Per far questo bisogna iniziare a pensare fuori dagli schemi della politica macroeconomica predominante.

La saggezza e le intuizioni degli economisti classici dovrebbero essere rilette con animo aperto, specialmente per quanto riguarda la loro difesa di un sistema monetario di mercato basato su un bene-valore, il cui esempio classico è il gold standard.
Aspetto ancora più radicale, è necessario ripensare completamente la ragion d’essere del sistema basato sulle banche centrali. Per usare un’espressione dell’economista di scuola austriaca Friedrich von Hayek, dobbiamo prendere in considerazione la “denazionalizzazione della moneta” e immaginare un sistema monetario di free banking privato e concorrenziale.
Il ritorno ad una moneta basata sul mercato, come sarebbe l’oro, è quindi possibile e auspicabile. Un sistema siffatto sarebbe particolarmente efficace in qualità di barriera per arginare ulteriori abusi statali del sistema monetario, se il ritorno all’oro avvenisse per mezzo della liberazione del settore bancario e dei mercati finanziari dalla pesante mano del governo.

La prossima fase del nostro progresso in un mondo post-comunista potrebbe richiedere la fine del socialismo monetario, che è quanto il sistema delle banche centrali rappresenta realmente.
Richard Ebeling ha conseguito il dottorato in economia presso la Middlesex University di Londra ed è attualmente docente di economia presso la Northwood University (Michigan, USA). È autore di Austrian Economics and the Political Economy of Freedom e di Political Economy, Public Policy, and Monetary Economics.

Da The Daily Bell, 9 novembre 2010

  1. Milton Friedman, “Economists and Economic Policy”, Economic Inquiry (gennaio 1986), pp. 1-10; “The Resource Cost of Irredeemable Paper Money”, Journal of Political Economy (giugno 1986), pp. 642-64-7; e “Has Government Any Role in Money?” Journal of Monetary Economics, Vol. 17 (1986) pp. 37-62.
  2. Si veda Richard M. Ebeling, “Market Interest Rates Need to Tell the Truth, or Why Federal Reserve Policy Tells Lies”, in Richard M. Ebeling, Timothy Nash e Keith A. Pretty (a cura di), In Defense of Capitalism, Midland, Northwood University Press, 2010, pp. 57-60; e Richard M. Ebeling, Political Economy, Public Policy, and Monetary Economics: Ludwig von Mises and the Austrian Tradition, Londra-New York, Routledge, 2010, Cap. 7: “The Austrian Economists and the Keynesian Revolution: The Great Depression and the Economics of the Short-Run”, pp. 203-272.
  3. Kevin Dowd, Private Money: The Path to Monetary Stability, Londra, Institute of Economic Affairs, 1988 (trad.it. Abolire le banche centrali, Torino, IBL Libri 2009); e The State and the Monetary System, New York, St. Martin’s Press, 1989; George Selgin, Theory of Free Banking: Money Supply Under Competitive Note Issue, Totowa, NJ, Rowman & Littlefield, 1988; e Banking Deregulation and Monetary Order, New York, Routledge, 1993; Lawrence H. White, Free Banking in Great Britain: Theory, Experience, and Debate, 1800-1845, Cambridge, Cambridge University Press, 1984;Competition and Currency: Essays on Free Banking and Money, New York, New York University Press, 1989; e Theory of Monetary Institutions, New York, Wiley-Blackwell, 1999.

da BrunoLeoni.it

link originale: http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=9839

From → ECONOMIA, Mises, ORO, vs Keynes

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