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Parliamo seriamente di Vendola (I). La politica industriale

22 novembre 2010

Non è un caso che Vendola sia un credibilie candidato alla guida del centrosinistra. La verità è che molte delle sue idee sono ampiamente condivise dagli elettori della sinistra e, in buona misura, anche dai militanti e dagli intellettuali ”di riferimento”. Non voglio, non ne ho la capacità, effettuare una valutazione complessiva del pensiero politico di Vendola. Ma credo di aver la capacità di dire qualcosa di sensato sulle sue proposte di politica economica, che a me appaiono estremamente arretrate e dannose. In questo post discuto la posizione di Vendola in tema di politica industriale. In un post successivo discuterò di concorrenza e libero mercato. …Read More

La settimana scorsa mi sono divertito a fare una traduzione satirica dell’intervista che Nichi Vendola ha recentemente rilasciato al Sole 24 Ore. L’intento era quello di fare una sghignazzata alle spalle dell’ennesimo discorso pomposo, fatto con il solito linguaggio teso ad offuscare ed in cui i politici italiani eccellono; Vendola non era certo il primo a cader vittima di questo tipo di satira e posso garantire che non sarà l’ultimo.

Molti lettori hanno però sollevato nei commenti varie domande che credo meritino una risposta più dettagliata e seria. A mio avviso infatti, e al di là degli scherzi, l’intervista di Vendola segnala una drammatica arretratezza in termini di pensiero economico. Questa arretratezza appartiene non solo a Vendola ma ad aree abbastanza vaste del centrosinistra e si sposa a una notevole confusione su temi economici tra i simpatizzanti e gli elettori di sinistra. Ho pensato quindi che fosse il caso di cercare di fare un po’ di chiarezza, spiegando in modo più dettagliato le ragioni del mio disappunto.

Non ho, a dir la verità, molto materiale su cui basare la mia analisi del pensiero economico di Vendola. Oltre all’intervista che mi sono divertito a tradurre, mi baso anche su un’altra intervista rilasciata sempre al Sole 24 Ore lo scorso agosto. Come materiale è un po’ scarno, ma io credo che alcune idee risultino abbastanza chiare. Quelle mi appresto a discutere, sperando di non aver troppo travisato.

In questo post mi concentrerò sulle idee di Vendola riguardanti la politica industriale e il problema della crescita della produttività. Nel prossimo considererò il pensiero vendoliano su concorrenza e mercato.

Vendola si rende conto, come non può che fare qualunque persona minimamente onesta che guardi all’evoluzione dell’economia italiana, che l’Italia ha un drammatico problema di crescita del reddito e della produttività dei fattori, anche se lui magari usa un linguaggio diverso. Quali sono le cause e qual è la soluzione proposta?

Spero di non far troppa violenza al pensiero di Vendola se dico che le risposte che appaiono dai suoi interventi sono: 1) la produttività è bassa perché le imprese non investono e non innovano; 2) la soluzione è un attivo intervento dello stato che dovrebbe o investire direttamente o finanziare le imprese nei settori specifici che, ad avviso dei politici, sono più utili alla crescita della produttività.

Nell’intervista di agosto, significativamente titolata ”All’Italia serve una politica industriale”, Vendola afferma:

Una politica industriale intanto bisogna avercela. Per Berlusconi è opzionale. Pare che la faccia spontaneamente il mercato. E in questa insostenibile leggerezza della politica l’Italia vive un vero e proprio processo di deindustrializzazione che è una tragedia civile e sociale. Non esiste un luogo in cui si discute di quali siano gli apparati industriali considerati strategici e come di conseguenza agire affinché essi possano radicarsi e rinforzarsi qui in Italia, di come possano internazionalizzarsi senza emigrare alla ricerca della manodopera al più basso costo, di come possano competere usando la chiave magica che apre la porta dei mercati globali: la qualità delle produzioni, il contenuto di innovazione dei prodotti.

Mi sembra un passaggio abbastanza rappresentativo della filosofia politica ed economica di Vendola. E, anche se breve, è un passaggio pieno di errori e di confusione. Tanto per cominciare, non è assolutamente vero che il governo Berlusconi non abbia una politica industriale. Ce l’ha, purtroppo. Vendola ha mai sentito parlare di Alitalia? Di ”incentivi”, ossia sussidi all’acquisto delle cose che il governo ha deciso la gente deve comprare subito, tipo motorini e motori fuoribordo? Altro che lasciar fare al mercato. Ma di questo parleremo più approfonditamente nel secondo post.

Passiamo all’affermazione secondo cui la deindustrializzazione è di per sé ”una tragedia civile e sociale”. E’ un’idea vecchia e anche assai diffusa, ma questo non la rende meno sbagliata. Giusto per avere idea, invito Vendola a leggere questo rapporto dell’OCSE sulla crescita nel settore dei servizi. In verità basta la prima frase:

The service sector now accounts for over 70% of total employment and value added in OECD economies. It also accounts for almost all employment growth in the OECD area.

[Traduzione: il settore dei servizi ora comprende il 70% dell’occupazione e del valore aggiunto nelle economie OCSE. E’ anche responsabile per la quasi totalità della crescita dell’occupazione nell’area OCSE]

Questo significa come minimo che la deindustrializzazione non è necessariamente una tragedia. Si può vivere bene anche quando il settore industriale si riduce, e diventare ossessionati (come fanno tanti, non solo Vendola) sull’occupazione industriale, e ancor più sull’occupazione nelle grandi imprese, non è affatto una buona idea. Ma andiamo avanti.

E’ ovvio che l’industria resta una componente molto importante di qualunque economia sviluppata. Ammettiamo pure che ci sia qualcosa di sbagliato in ciò che succede nell’industria italiana. Cosa ha in mente Vendola, e cosa propone? La mancata crescita della produttività è conseguenza di scelte che vengono compiute sia livello di impresa sia a livello di amministrazione pubblica.

In entrambe le interviste Vendola non discute cosa fare per aumentare la produttività del settore pubblico. Parlare di produttività nel settore pubblico richiede coraggio e capacità di analisi. Richiede, ad esempio, prendere di petto la questione dell’eccesso di dipendenti pubblici rispetto ai servizi erogati, fenomeno particolarmente acuto nelle regioni meridionali. Richiede anche di pensare in modo serio a come misurare qualità e quantità dei servizi prodotti nel settore pubblico (ciò che Brunetta non ha mai voluto e saputo fare), nonché a schemi di incentivo per promuovere l’eccellenza nell’amministrazione pubblica. Vendola, che io sappia, non ha detto nulla al riguardo. Nell’intervista di ottobre afferma

E con la produttività. Perché qui è più bassa che ovunque?
Perché sono asini quelli che non hanno investito in innovazione. Non si poteva pensare che Cina e India avrebbero continuato a produrre mutande e calzini. Lo sa che il gioco più importante dei bambini indiani sono le olimpiadi di matematica?

Ora, a parte che i miei amici indiani mi raccontano storie un po’ diverse su quel che succede in India, qua siamo alle petizioni di principio completamente vuote. Non si capisce bene chi siano questi asini; io avevo interpretato che fossero gli industriali, ma alcuni commentatori hanno detto che probabilmente si riferiva alle scelte pubbliche. Ora, se gli asini che non hanno ”investito in innovazione” sono i politici, bisogna spiegare un po’ meglio cosa si vuol fare. Mi auguro Vendola non chieda semplicemente di pompare più soldi nel settore pubblico. Se sono invece gli imprenditori, consiglierei di andarci piano prima di dar dell’asino a chi rischia i suoi soldi, ma su questo diremo di più tra breve. Lasciamo pure in sospeso il giudizio su questo punto e passiamo invece a qualcosa su cui lui ha parlato esplicitamente, ossia la scarsa innovazione a livello di impresa.

Non conosco sufficientemente i dettagli statistici per dire quanto importante sia stato il ruolo delle imprese nella mancata crescita della produttività, ma assumiamo pure che il fenomeno sia sufficientemente importante da richiedere attenzione. La domanda da porsi allora è: perché le imprese non investono e non innovano? Per rispondere a questa domanda si possono seguire due approcci generali.

Il primo è l’approccio che viene seguito dalla maggior parte degli economisti. Si parte dall’ipotesi che le decisioni delle imprese vengano prese da persone pensanti e che, pur con qualche problema di gestione che si presenta nelle grandi imprese in cui il management è separato dalla proprietà, tali persone cerchino di sfruttare le opportunità di profitto rispondendo agli incentivi esistenti. Pertanto, se si ritiene che le imprese investano e innovino poco, la domanda da porsi è: quali incentivi presenti nel sistema economico italiano fanno sì che le imprese scelgano di rifuggire dagli investimenti più rischiosi (perché l’innovazione è rischiosa), preferendo invece il ”business as usual”?

A questa domanda ci sono risposte abbastanza standard. Primo, è chiaro che l’innovazione viene ostacolata se il sistema fiscale la rende poco remunerativa; quindi occorre analizzare la struttura e il livello delle tasse sul capitale e sull’impresa e chiedersi se non siano tali da scoraggiare gli investimenti più innovativi. Secondo, è altrettanto chiaro che l’innovazione viene scoraggiata se rigidità e colli di bottiglia impediscono alle imprese di trarre vantaggio dagli investimenti che producono i risultati migliori. Per esempio, occorre chiedersi se la struttura del nostro sistema finanziario sia adeguata, o se invece per qualche ragione (per esempio potere di mercato, influenza della politica, o regolamentazione del settore) le banche italiane non preferiscano evitare gli investimenti rischiosi (perché finanziare l’innovazione è rischioso), indirizzando invece i fondi verso impieghi sicuri o favoriti dai controllori politici. Terzo, se esistono barriere all’entrate in vari settori e industrie che garantiscono una rendita di posizione alle imprese esistenti è probabile che tali imprese preferiscano dedicarsi a raccogliere tali rendite e coltivare buoni rapporti con il il potere politico (per evitare che le barriere all’entrata che stanno all’origine delle rendite spariscano), piuttosto che intraprendere innovazioni rischiose. All’analisi dovrebbero seguire proposte per migliorare la situazione.

Il secondo è l’approccio che viene seguito da Vendola. Il quale non si chiede quali sono gli incentivi che generano scarsa innovazione ma assume che la scarsa propensione a innovare sia una caratteristica culturale, una specie di tara genetica degli imprenditori italiani. A questa tara deve porre rimedio la politica, creando, usando le sue parole, ”un luogo in cui si discute di quali siano gli apparati industriali considerati strategici e come di conseguenza agire”. Questo significa semplicemente, una volta fatta una robusta opera di potatura di tutti i fronzoli retorici, che alla politica viene assegnato il compito di individuare i settori in cui investire (quelli ”’strategici”, ovviamente) e a cui verranno fatte affluire le risorse pubbliche.

Qui Vendola commette l’errore di illudersi che i politici siano più bravi degli imprenditori a scegliere gli investimenti e le industrie giuste. Questa è una illusione estremamente diffusa e ricorrente tra i politici italiani, di tutti gli schieramenti. Durante questi mesi in cui abbiamo fatto un certo numero di incontri per la promozione del libro, mi è capitato di sentirne diverse versioni. Gli imprenditori italiani sono troppo ignoranti e poco educati. Sono troppo avidi e avversi al rischio. Sono troppo affezionati all’idea della fabbrichetta di famiglia e paurosi di perderne il controllo in caso di crescita. E così via, spiegando che una buona dose di intervento da parte di qualche illuminato che risiede nei palazzi romani migliorerebbe sicuramente le cose. Che dire? Se decenni di partecipazioni statali, interventi straordinari, cattedrali nel deserto e altri simpatici frutti degli ”investimenti strategici” guidati dalla mano pubblica non sono stati sufficienti a convincere che sia una cattiva idea presumere che i politici sappiano meglio degli altri come investire i soldi (sempre degli altri), dubito che niente possa esserlo.

Ma allora, si dirà, non c’è proprio nulla che il settore pubblico possa fare? In realtà sì, se si ha l’umiltà di riconoscere che l’intervento pubblico è comunque problematico e che i politici sono persone che (come tutti gli altri) tendono a fare il proprio interesse piuttosto che l’interesse pubblico. Non dico assolutamente niente di nuovo, ripeto solo quello che abbiamo imparato da decenni di teoria economica. L’intervento pubblico può correggere esternalità negative, per esempio penalizzando mediante tasse le attività inquinanti. Può produrre beni pubblici che altrimenti non verrebbero prodotti e che sono utili e necessari, per esempio buone infrastrutture di trasporto o ricerca di base. E così via, c’è un’enorme letteratura teorica ed empirica sui possibili fallimenti del mercato e su come rimediare.

Ma è un’altra cosa rispetto a quello che Vendola e tanti altri sembrano avere in mente. Che è appunto l’idea che i politici, che usano i soldi degli altri, siano meglio posizionati dei privati, che rischiano soldi propri, per decidere che investimenti fare. Va aggiunto inoltre che accanto alla letteratura sui fallimenti del mercato c’è un’altrettanto vasta letteratura sui fallimenti del governo e di come sia necessario essere molto attenti nel disegno dei meccanismi di intervento. Il potenziale per l’abuso è sempre presente. L’intervento va sempre giustificato con una buona spiegazione teorica di quali sono i fallimenti del mercato che si sta cercando di rimediare e convincenti dati empirici sul fatto che tali fallimenti sono quantitativamente importanti.

E no, dire che i privati sono arretrati e non capiscono in cosa innovare non è una spiegazione accettabile.

di Sandro Brusco, da Noisefromamerika.org

link originale: http://www.noisefromamerika.org/index.php/articoli/2070

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