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Non tasso dunque cresco. Cosa unisce l’America al bivio e l’Irlanda sul baratro

19 novembre 2010
Ricette anti crisi da Oltreoceano

Ieri il Congresso americano ha aperto la sessione “lame-duck”, quella che cade fra le elezioni per il rinnovo delle Camere e il loro effettivo insediamento, all’inizio del 2011. Sono le ultime settimane per la super maggioranza democratica di Capitol Hill bocciata al midterm e i congressmen del partito di Barack Obama hanno preparato un’agenda fitta, nella speranza di portare a casa qualche risultato prima che arrivi l’ondata repubblicana. La discussione fondamentale è sul destino dei tagli fiscali voluti da George W. Bush, in scadenza il 31 dicembre e il Congresso inizierà a discuterne dopo l’incontro dei leader parlamentari con Obama, previsto per giovedì alla Casa Bianca. Sul taglio delle tasse e il suo destino c’è un dibattito agguerrito: a destra l’estensione del provvedimento bushiano è visto come l’unico modo per dare capacità di spesa alle imprese e rilanciare l’economia; i liberal dicono che servirà soltanto a creare altro debito e quindi vanno lasciati scadere senza ulteriori provvedimenti. In mezzo sta Obama, che cerca di convincere le parti ad accettare il compromesso di un’estensione temporanea dei tagli alle tasse, ma non per i più ricchi, cioè chi ha un reddito superiore a 200 mila dollari; per le famiglie la soglia sale a 250 mila dollari.  “E’ l’errore più grave che Obama possa fare dice al Foglio Dan Mitchell, analista del Cato Institute – perchéRead More

quelli che sono considerati ricchi dal sistema fiscale sono esattamente quelli che generano posti di lavoro. Non solo l’estensione dei tagli fiscali è fondamentale, ma l’economia ha bisogno che il provvedimento diventi permanente e si consolidi in una flat tax semplice ed equa. Il debito si contiene tagliando la spesa, non aumentando le tasse. Le elezioni di midterm hanno mostrato che la gente è delusa dalla politica economica dei democratici e se il presidente metterà il veto sui tagli fiscali vorrà dire che non gli interessa molto degli americani”. Anche al Center for American Progress, il think tank democratico diretto da John Podesta, si concede qualche credito all’estensione dei tagli fiscali, ma non per i più ricchi: “Estendere temporaneamente i tagli ha senso in questo momento – dice il vicedirettore della sezione economica, Michael Ettlinger – ma la middle class ha subito la recessione e sarà la middle class a risollevare l’economia. Quello di cui veramente non c’è bisogno è dare un bonus a quel due per cento della popolazione che ha reddito più alto”. Alan Viard, analista del conservatore American Enterprise Institute, ci spiega che “la soluzione di compromesso che proporrà Obama al Congresso contiene il peggio dei mondi che tenta di conciliare: da una parte aumenterà il deficit, dall’altra avrà un pessimo impatto sulla crescita. Estendere gli incentivi fiscali soltanto alla middle class deprime l’economia. La soluzione più realista sarebbe estendere non tutto il pacchetto di tagli firmato durante l’Amministrazione Bush, ma accontentarsi di alcune parti: l’importante è che i tagli siano per tutti, altrimenti gli investimenti rimarranno bloccati”. Per una soluzione di compromesso è anche l’ex capo dell’ufficio Budget della Casa Bianca, Peter Orszag, secondo cui “nel medio termine i tagli fiscali non sono sostenibili”, ma lasciarli scadere “peggiorerà la situazione già stagnante dell’occupazione”. La proposta è rinnovarli per due anni, il tempo necessario per la ripresa dell’economia, e poi ritornare alla pressione fiscale dell’era pre Bush. Il dibattito sui tagli fiscali eccede i limiti della contingenza politica e ha a che fare con la visione che l’America ha della politica economica. Le elezioni di midterm hanno sancito l’insofferenza del paese per gli eccessi della spesa, ma il timore è che Obama voglia contenere il debito imponendo nuove tasse (o lasciando che i tagli fiscali in vigore si estinguano). Prolungare l’assetto voluto da Bush con l’esclusione dei più ricchi rischia di essere una mossa economicamente miope per un governo che punta sulla cartolarizzazione del debito e non vede ancora segnali positivi arrivare dal mercato del lavoro. Sul tema si scontrerà il “vecchio” Congresso, già influenzato dall’assetto deciso il 2 novembre. Nancy Pelosi ha fatto una timida apertura al rinnovo del provvedimento di Bush, ma è stata bacchettata da sinistra; il nuovo speaker della Camera, John Boehner, prima delle elezioni si era detto disponibile a discutere del compromesso di Obama. La vittoria repubblicana ha cambiato gli equilibri e i tagli fiscali sono l’arena in cui mostrare chi ha le carte più alte. I ministri dell’Eurozona, riuniti oggi a Bruxelles, rinnoveranno probabilmente l’invito già fatto nel fine settimana all’Irlanda affinché il paese accetti l’intervento del Fondo europeo anticrisi. Quella del “salvataggio” è l’unica strada – sostengono esponenti autorevoli della Commissione e della Banca centrale europea, cui s’aggiunge pubblicamente uno stato interessato come il Portogallo – per evitare l’effetto contagio sui debiti sovrani del continente. E pensare che nemmeno dieci anni fa, quando a Bruxelles ci si riuniva per parlare di Irlanda, il paese finiva regolarmente sul banco degli imputati per tutt’altro motivo: non perché rischiasse di far affondare con il suo fallimento la moneta unica, ma piuttosto perché accusato di correre troppo rispetto agli altri stati membri. La “tigre celtica”, come la chiamò per primo l’analista Kevin Gardiner nel 1994, non di rado era bacchettata per il suo presunto “dumping fiscale”: per crescere a ritmi asiatici in un continente affetto da sclerosi, infatti, i governi di Dublino pensarono di creare una sorta di “riserva naturale” per le forze del libero mercato. All’interno dell’oasi freemarket, per esempio, l’aliquota sulle società era (ed è) al 12,5 per cento, ovvero la metà della media europea. Risultato: “Mentre alla fine degli anni Ottanta il reddito pro capite in Irlanda era pari alla metà della media europea – ricorda al Foglio Francesco Giavazzi, professore di Economia all’Università Bocconi – dopo vent’anni gli irlandesi sono arrivati in vetta alla classifica del continente”. Prima di mettere la croce su tutte le scelte di politica economica compiute dall’ex tigre celtica, dunque, “sarebbe meglio osservare l’attualità con una prospettiva di più lungo termine”, osserva Giavazzi. D’accordo Carlo Stagnaro, direttore del dipartimento Studi e ricerche dell’Istituto Bruno Leoni, think tank liberista: “Se anche il Pil continuasse a calare, come avviene d’altronde dal 2008, essendo stata l’Irlanda il primo paese europeo a entrare ufficialmente in recessione nel settembre di due anni fa, è difficile che si torni ai livelli di ricchezza, o meglio di povertà, di venti anni fa”. Su una linea di pensiero simile anche l’economista Mario Seminerio: “Il fatto che pure questo paese sia caduto nella trappola del `denaro facile’ non può far dimenticare il resto – dice al Foglio – innanzitutto la capacità di utilizzare al meglio i fondi europei per far partire la crescita, poi la capacità di mantenere questi ritmi grazie a un fisco leggero e una forza lavoro giovane e qualificata”. “La situazione di Dublino va assolutamente distinta da quella di Atene – ci tiene poi a precisare Giavazzi – In Grecia i troppi soldi pubblici, provenienti anche dall’Unione europea, non hanno offerto un incentivo al cambiamento, e quando questi aiuti sono venuti meno è scoppiata la crisi. L’Irlanda invece negli stessi anni ha visto aumentare la produttività della sua forza lavoro; quella attuale è una tipica bolla che colpisce di tanto in tanto le economie capitalistiche che crescono. 0 forse preferiamo un modello economico a crescita perennemente anemica?”. Ieri però i credit default swapsul debito irlandese – ovvero il costo per assicurarsi da un eventuale fallimento del paese, dopo aver abbandonando il livello record di 599 punti, sono tornati a 518, un valore comunque alto. Serve una decisione “chiara”, ha detto Ewald Nowotny, del consiglio direttivo della Bce: il netto aumento degli spread dei titoli irlandesi, portoghesi e greci rispetto ai bund tedeschi “non è salutare”. Bruxelles si è detta “pronta” a intervenire, “se ciò verrà richiesto e si renderà effettivamente necessario”. Finora l’Irlanda ha fatto bene a rifiutare l’intervento europeo – osserva Stagnaro – anche perché Bruxelles ha posto tra le condizioni la necessità di aumentare le tasse nel paese. E’ un ricatto che rischia solo di mettere un’ipoteca sulle future prospettive di crescita. D’altronde però Dublino, salvando le banche, non ha fatto altro che trasformare il debito privato in debito pubblico. La situazione non è migliorata: ora non c’è più una banca da salvare, ma uno stato”. Più cauto Giavazzi: “Ho imparato la lezione – dice – il fallimento di Lehman fu una delle cause che ha precipitato il mondo nella recessione. Lehman insegna che oggi, nei confronti dell’Irlanda, il rigore che si dovrebbe invocare in base alla razionalità-liberista non possiamo permettercelo: il costo potrebbe essere la fine dell’euro”. Per il futuro, infine, se si vorrà ancora utilizzare l’utile ricetta pro crescita tentata a Dublino, questa andrà affiancata da meccanismi correttivi: “Per esempio scegliendo di monitorare, tra i tanti parametri possibili, la crescita del credito totale interno dei singoli paesi e non solo quello aggregato dell’Europa. In alcuni paesi, tra cui l’Irlanda, il credito concesso dalle banche era esploso negli ultimi anni. Ciò non è per forza un male, ma monitorandolo si sarebbe potuto evitare che questo credito andasse a gonfiare la bolla immobiliare”. (Da Il Foglio, 16 novembre 2010)

da Brunoleoni.it

link originale: http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=9811

One Comment
  1. L’irlanda ha il 30% di deficit. Mi domando come pensino di cavarsela da soli

    L’Irlanda al verde per la crisi economica

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