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Perché il DDL Gelmini non è (era?) tutto da buttar via

18 novembre 2010

E’ scritto male, lascia ampia libertà al Ministero di fare disastri ed è stato fortemente peggiorato nelle varie stesure – fino agli ultimi sciagurati emendamenti. Ma contiene la parola magica: valutazione. La stragrande maggioranza dei miei colleghi ritiene il DDL (Disegno, non decreto – tanto per la precisione) Gelmini pessimo ed i ricercatori stanno protestando vigorosamente, dichiarando che affosserà per sempre l’università pubblica. …Read More

La loro linea è passata nei media, almeno in parte. Resistono solo il Sole (e questa è prova della nequizia del DDL, scritto su dettatura della Confindustria) e, in parte, il Corriere. Nelle università piccoli gruppi di carbonari dicono, nel segreto di telefonate (si spera non intercettate) che in fondo il DDL non è così male. Io ho sostenuto, in più occasioni, la versione originale – ed anche quella uscita dal Senato – come primo passo nella giusta direzione. Ora sono molto più perplesso, dopo l’emendamento che crea 9000 posti di associato subito. Forse al lettore medio le mie opinioni interessano poco o niente, ma vorrei spiegare cosa trovo positivo. Tre cose – l’abolizione delle facoltà, la riduzione del potere dei professori nel governo accademico e la VALUTAZIONE. In realtà tutto si basa su quest’ultima. Senza una valutazione efficace, gli altri due servono a poco o sono addirittura controproducenti. Quindi mi concentrerò sulla valutazione – anche perché mi sembra ci sia molta confusione. Ci sono in giro dei professionisti della valutazione che scambiano la presenza di un comitato di autovalutazione, con o senza esperti esterni, per la valutazione vera. O anche simpatici gruppi di professionisti della valutazione che vanno in giro per l’Europa a bere e mangiare a spese delle università controllando che le università abbiano codici etici ed amenità del genere. Qui si parla invece di valutazione della produzione scientifica – di quello che i docenti pubblicano nelle riviste scientifiche (o, in alcuni settori, negli atti dei convegni o in libri). Questa valutazione deve essere, per funzionare, automatica, collettiva e punitiva. Andiamo nel dettaglio. a) automatica. Bisogna usare parametri oggettivi, tipo l’Impact Factor medio, l’indice di Hirsch, etc. Ovvero misure dell’impatto di una pubblicazione basate su citazioni da parte di altre pubblicazioni. Dove tali parametri non ci sono (come a Lettere o a Legge) bisogna crearli. Scrivo questo perfettamente consapevole che questi indici non funzionano bene e quindi vi prego di evitare lunghe discussioni sui loro difetti. Le alternative sono peggiori. O si lascia ai commissari ANVUR l’intero compito – come fanno gli inglesi col RAE- o li si obbliga a chiedere un report da referees scelti da loro –come fatto nella prima valutazione CIVR del 2005. Il secondo processo è lentissimo. Tutti e due lasciano ampio spazio ad arbitri e trucchetti – tipo scegliere l’allievo dell’autore come referee dei lavori di chi si vuol favorire e una nota belva come referee di chi si vuole colpire. Invece, i parametri automatici non sono manipolabili facilmente, in quanto dipendono dalle decisioni di soggetti esterni (p.es. gli editor delle riviste americane). Inoltre, calcolare questi indici è facilissimo e quindi si risparmiano tempo e soldi e si può ripetere la valutazione ad intervalli brevi, anche ogni anno. b) collettiva. Il DDL prevede invece una valutazione individuale, seguita dalla perdita degli scatti e dall’estromissione dalle commissioni in caso di fallimento. Purtroppo, una valutazione individuale serve a ben poco. In primo luogo, per molti professori (p.es. medici) gli scatti di stipendio sono finanziariamente irrilevanti. In secondo luogo, è facile per un barone un minimo spregiudicato procurarsi pubblicazioni costringendo i colleghi più deboli (associati, ricercatori, assegnisti) a mettere la propria firma sui loro lavori. Invece in una valutazione collettiva (a livello di SSD o Dipartimento) il requisito essenziale è la presenza nel dipartimento di qualcuno in grado di scrivere lavori di buon livello. Si noti come una valutazione automatica permetta di considerare tutti i lavori di tutti i professori del Dipartimento (o del SSD) e non solo un campione, come necessario per ovvi motivi di quantità, in valutazioni tipo CIVR. c) punitiva. I risultati devono determinare un calo dei finanziamenti per le università peggiori, e possibilmente non simbolico. Solo premiare le università migliori è insufficiente. Cambiare comportamenti ben consolidati è faticoso e difficile. Un incentivo monetario può non essere sufficiente in quanto si traduce al massimo in più borse di studio e più fondi di ricerca – aspetti che gratificano solo indirettamente i docenti. Invece un calo delle risorse, se significativo, può mettere in difficoltà un ateneo, dati i costi fissi del personale. E’ quindi necessario inserire una norma che permetta agli atenei, in caso di calo del FFO, di aumentare le tasse agli studenti o di prepensionare i professori che non raggiungano una soglia minima di produttività. Naturalmente, in questo caso, sarebbe necessario dare ampia pubblicità ai nomi dei prepensionati. Potrebbe essere una sanzione utile soprattutto per le facoltà professionali: far sapere a tutti che il prof X è stato prepensionato per inadeguatezza può fargli perdere clienti. Veniamo ora al punto essenziale: la valutazione, se fatta con i tre criteri esposti, distrugge la gerarchia accademica. Questa affermazione può essere sorprendente per chi è abituato ai comportamenti pregressi dei professori italiani. I professori italiani (e non solo italiani) sono abituati ad un sistema gerarchico predeterminato e fissato dai concorsi. Chi è ordinario lo è per sempre e quindi comanda fino alla pensione. La soluzione sindacale (docente unico) è ancora peggiore perché garantisce la carriera a tutti una volta entrati. Si avrebbe quindi il peggiore dei mondi possibili – selezione baronale e carriera automatica. Perché la valutazione cambierebbe le cose? Mi spiego con un esempio, che mette anche in luce i difetti del DDL. Ipotizziamo che un Dipartimento debba assumere un ricercatore. Supponiamo, per farla breve, che ci sia un solo ordinario, il Barone, non molto bravo e ormai poco interessato alla ricerca. Nella sua infinita saggezza, può decidere chi assumere (lo so, ci sono i concorsi, ma tanto si sa che si possono manipolare). Può scegliere fra Federico, allievo fesso ma fedele, Mario, altro allievo, ma abbastanza brillante ed indipendente, Camillo, bravo ma allievo di altra università e Leopoldo, AmeriKano geniale con PhD ad Harvard. Federico è servile, disposto a far lezione al posto del Barone, ma sa solo ripetere quello che il Barone ha scritto vent’anni prima – roba pubblicabile solo nei Quaderni del Dipartimento. Mario è più bravo e quindi può garantire un flusso di pubblicazioni nelle maggiori riviste italiane, con qualche articolo in riviste internazionali. Camillo è uno ottimo studioso, che promette di pubblicare regolarmente sulle riviste internazionali di buon livello e, magari, di piazzare qualche articolo sulle riviste top. Infine, Leopoldo è un genio pazzo ed arrogante, che ha già pubblicato una serie di articoli sulle due riviste più importanti e ha in corso progetti di ricerca molto innovativi. Ma ha un debole per la cucina della mamma e quindi non ha voglia di accettare l’offerta generosissima di Singapore e vorrebbe tornarsene in Italia. Ora, domanda: chi sarà il prescelto dal Barone? Dipende dal quadro legislativo a) con la legge attuale, il Barone non rischia nulla. Barone è e nessuno può sindacare il suo comportamento. La stragrande maggioranza sceglierà un suo allievo (gli allievi sono piezz’e core) – diciamo metà Federico e metà Mario. Una piccola minoranza (un decimo?) di “onesti” sceglierà Camillo, perché bravo. Nessuno sceglierà Leopoldo. Perché prendersi in casa un pazzo arrogante? b) se venisse approvato il DDL Gelmini la situazione cambierebbe perchè il Barone dovrebbe produrre qualche pezzo di carta per mantenersi gli scatti e, soprattutto, il diritto di stare in commissione. Inoltre una piccola parte del FFO sarebbe distribuita (anche) sulla base della ricerca. Tutto dipende da quali criteri l’ANVUR userà per giudicare. Può darsi che accetti tutto, anche i Quaderni di Dipartimento –e allora Federico andrebbe bene. Ma se all’ANVUR arrivasse un commissario di area AmeriKano (al precedente CIVR successe ad economia), Federico sarebbe inutile. D’altra parte, una volta assunto, Federico è di ruolo, e non ha i soldi per assumere un altro ricercatore. E’ un rischio: scommetto che la maggioranza dei professori “normali” punterebbe su Mario. Ma quelli più avversi al rischio sceglierebbero Camillo, che “garantisce” pubblicazioni sufficienti in qualsiasi scenario plausibile, anche se l’ANVUR fosse appaltato ai redattori di nFA. Non tutti lo farebbero, perché Camillo non è allievo diretto, e quindi ha idee proprie e potrebbe non voler co-firmare (o magari potrebbe preferire co-firmare col proprio maestro). Ancora zero preferenze per Leopoldo. Chi andrebbe a chiedergli di co-firmare? E poi non sarebbe credibile che il Barone, che non ha pubblicato nulla negli ultimi dieci anni, improvvisamente iniziasse a scrivere articoli geniali. Un minimo di pudore… c) una valutazione pura e dura. Federico è fuori gioco perchè non è in grado di pubblicare. La scelta minima è Mario. E’ però rischiosa: se tutti i Dipartimenti scelgono i loro Mario, l’allocazione dei fondi si gioca su differenze minime, e si rischia di subire tagli. Meglio puntare su Camillo. Qualche Barone può farsi tentare dall’ipotesi Leopoldo. E’ arrogante, ma garantisce di proiettare il Dipartimento al top italiano – o quasi – e quindi un aumento del FFO. E’ ovvio che passando da a) a c) la qualità media dei nuovi assunti migliora. Primo risultato. Secondo risultato: il Barone ha dei vincoli esterni nella sua scelta, non dettati dall’interazione con altri Baroni. Questo è in contraddizione con il potere assoluto dei professori di prima fascia, uno dei principi fondanti dell’accademia italiana. Nota per i lettori: il fatto che alcuni o anche molti o persino tutti (nelle mitiche facoltà scientifiche) usino il loro potere “bene” promuovendo i Camillo invece che i Federico o i Mario non è rilevante in questo contesto. Un tiranno “buono” rimane un tiranno, e poi il suo regno è transitorio. Magari il suo successore si rivela pessimo. Terzo risultato: il potere baronale all’interno del Dipartimento non è più assoluto. Certo, il Barone controlla la futura carriera del ricercatore, ma nel breve periodo, il finanziamento del Dipartimento dipende dalla produttività del ricercatore, posto che il Barone da solo non è in grado di pubblicare. Magari Mario, da allievo fedele, continuerà ad essere (giustamente) ossequioso, ma Camillo e soprattutto Leopoldo no. Loro non hanno legami affettivi col Dipartimento, e potrebbero trovare facilmente un posto in Italia, in qualche Dipartimento disperato alla ricerca di pubblicazioni. E’ una minaccia molto più credibile di quella di andare all’estero. In questo senso, la valutazione è utile anche per la carriera dei ricercatori ed associati bravi. Ora i Camillo già in ruolo devono andare a mendicare un posto al Barone o sperare in ope legis, più o meno mascherate, che però favorirebbero anche i Federico. Se ci fosse una valutazione seria, potrebbero minacciare credibilmente di andarsene. Quarto risultato: si creano incentivi per il controllo reciproco fra docenti. Se i finanziamenti del mio Dipartimento, e quindi, entro certi limiti, la mia carriera futura dipendono dalla produttività scientifica dei miei colleghi, avrò un interesse a controllare che lavorino ed a scegliere quelli che lo sanno fare. In questa linea l’abolizione delle facoltà e la loro sostituzione con Dipartimenti omogenei per settore scientifico è utile per coordinare le strategie di assunzione. E’ ovvio che l’ANVUR dovrà comparare tutti i matematici pisani con i loro colleghi di altre università e quindi il Dipartimento di Matematica deve controllare la qualità dei matematici assunti ad ingegneria. E’ anche utile la presenza di esterni negli organi decisionali. Tanto più la valutazione è efficace, tanto più è necessario prendere decisioni dolorose. I professori, per indole e lunga abitudine, tendono a non farlo, nei confronti dei loro colleghi. Il regime elettivo attuale tende ad escludere dalle posizioni di vertice gli innovatori radicali. Alla fine, la domanda da un milione di dollari. I timidi cenni alla valutazione presenti nel DDL sono sufficienti? O, in altre parole, la sua approvazione, e la costituzione dell’ANVUR potrebbero essere il primo passo di un circolo virtuoso e quindi ragione sufficiente per appoggiare il DDL nonostante i suoi difetti? Non lo so. Molto dipende dal funzionamento dell’ANVUR che è difficile prevedere. Certo, alcuni segnali non promettono bene. Le procedure per la seconda valutazione della produttività (CIVR) e per la selezione dei commissari ANVUR slittano continuamente. I docenti, o almeno la parte mediaticamente visibile di loro, si oppongono al DDL e i politici tentano di soddisfarne le pretese. Non ho ancora perso le speranze, ma sono molto più scettico di tre mesi fa. Un’occasione che stiamo perdendo.

di Giovanni Federico, da noiseFromAmerika.org

link originale: http://www.noisefromamerika.org/index.php/articles/_Perch%C3%A9_il_DDL_Gelmini_non_%C3%A8_%28era%3F%29_tutto_da_buttar_via#body

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