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Uk, dal Welfare-to-Work al Work-to-Welfare

13 novembre 2010

Quando il Welfare diventa una trappola invece che una via di fuga, allora vuol dire che è tempo di metterci mano. Il Ministro del Lavoro britannico, il tory Iain Duncan Smith, ha anticipato il progetto con cui il governo Lib-Con promette di cambiarlo davvero il sistema sociale del Regno, rinegoziando il ‘patto’ sottoscritto nel primo dopoguerra, quando il Welfare State è diventato realtà. …Read More

Il problema è che quel Welfare ideato dall’economista liberale William Beveridge non funziona granché. Costa troppo e non aiuta chi dovrebbe aiutare. Parliamo di quasi un milione e mezzo di disoccupati, di gente che comincia a prendere il sussidio a 18 anni e continua a prenderlo a vita. Gente che mette pure su famiglia, consegnando anche i figli ad un destino di assistenza di Stato. Parliamo di un Welfare che – come dice il Vicepremier liberaldemocratico Nick Clegg  – “crea solo segregazione sociale”.

Non è nelle intenzioni del governo rinnegare Beveridge – spiega Clegg. La coalizione ha semplicemente preso atto che quel sistema disincentiva le opportunità e iberna i senza-lavoro in uno stato di dipendenza. Quella gente va invece aiutata a venirne fuori. Ed il modo migliore per liberare i sussidiati dalla paga di Stato è incentivare chi lavora e penalizzare chi rifiuta di farlo. Perché il welfare – via – non può mica essere una scelta di vita.

Duncan Smith vuole introdurre un “credito universale” che, sostituendosi agli attuali benefit sociali, renda l’opzione ‘lavorare’ più conveniente dell’alternativa ‘farsi sussidiare’. Vuole poi che un disoccupato cronico sia obbligato ad accettare l’attività lavorativa che gli sarà offerta dai collocatori, che presti servizio per almeno 30 ore a settimana e per un periodo di almeno 4 settimane. E se il sussidiato non ci sta, l’assegno che percepisce settimanalmente gli verrà sospeso per almeno tre mesi. E se il rifiuto persiste, la sospensione del sussidio potrà essere estesa fino a tre anni. Per intenderci, quell’assegno vale 50,95 sterline a settimana (circa 60 Euro), per i minori di 25 anni; 64,30 (70 Euro) per gli altri.

La stretta sui sussidiati sarà una botta di salute per i forzieri di Sua Maestà.
Il lavoro – avrebbe detto infatti Tony Blair – è il welfare migliore. La ricetta neo-laburista però non ha funzionato. La spesa sociale anzi è cresciuta in quei 13 anni del 40%, senza con ciò riuscire a correggere il meccanismo disincentivante l’occupazione – uno che lavora, pagate le tasse, rischia di ritrovarsi in mano praticamente quanto un sussidiato.

Il piano dei Lib-Con non è proprio una novità. Già negli Anni 90, il democratico  Bill Clinton metteva una stretta ai sussidi, limitando a 99 settimane la durata dell’aiuto pubblico. La Gran Bretagna però non è l’America dove pure uno di sinistra può permettersi di dire che ‘lo Stato non è per sempre’. Nel Regno Unito la welfare culture fa parte delle cose, è socialmente radicata nei settori più trasversali. (Quasi) tutte le famiglie con figli hanno accesso ai benefici, tutti gli anziani hanno il bonus per il canone tv. Tutti – indipendentemente dal reddito – beneficiano dell’assistenza sanitaria pubblica e dell’istruzione statale. La riforma ‘americana’ promessa dai liberal-conservatori, quella cultura lì la sovverte radicalmente.

Neanche il sistema americano però è immune da vizi. I problemi maggiori pare li diano i cosiddetti 99ers – quelli che, raggiunte le 99 settimane di salario pubblico, si ritrovano ancora senza lavoro ma anche senza più sussidio. Sono un milione e mezzo in queste condizioni in Usa. E per costoro, la perdita dell’assegno di Stato, non aumenta certo le chance di trovare un’occupazione.
In America è così. In Gran Bretagna, invece, una sì sciagurata prospettiva non potrebbe mai neppure essere fantasticata.

Ed infatti la strategia del governo non è l’abbandono ma il coinvolgimento. Lo Stato ci mette il bastone, laBig Society la carota. Lo Stato ti punisce se rifiuti le tue responsabilità, la Society – organizzazioni sociali e di volontariato – quelle responsabilità ti aiuta ad affrontarle.
La questione in gioco insomma è – parole di Clegg – se il welfare debba essere giudicato in base al numero di persone che ci finiscono dentro o dal numero di quelli che riescono ad uscirne.
Gran bella questione, no?

si Simona Bonfante, da Libertiamo.it

link originale: http://www.libertiamo.it/2010/11/11/uk-dal-welfare-to-work-al-work-to-welfare/

From → ECONOMIA, POLITICA

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