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L’Italia dei privilegi che fabbrica precari

13 novembre 2010

Il conflitto di personalità che oppone Giulio Tremonti e Mario Draghi è figlio di tante cose, non solo caratteriali, e torna in superficie a ritmi che sembrano prefissati. Se spesso è stato Tremonti a lanciare la polemica, stavolta è stato il responsabile di Bankitalia a esprimere, in un intervento tenuto ad Ancona, opinioni assai critiche nei riguardi della situazione. Tirando in causa di fatto quanti gestiscono la politica economica. …Read More

Draghi è partito dal fatto che troppi giovani hanno impieghi precari, sottolineando che ci sono limiti di capacità produttiva che potranno essere superati solo se i ventenni e i trentenni occuperanno posizioni più solide. Il governatore non ha chiesto soluzioni legislative che trasformino i precari in stabilizzati, ma invece un processo che favorisca tale evoluzione. Subito si sono avute le consuete semplificazioni giornalistiche (con titoli del genere: “necessario stabilizzare i precari”) e, di seguito, il plauso del sindacalismo vecchio stampo. In particolare, per nuova la segretaria della Cgil Susanna Camusso “il governatore rimette al centro i veri problemi del paese”. Le parole di Draghi toccano infatti una questione reale, che riguarda molte persone in difficoltà con le loro scelte esistenziali (quella di costruirsi una famiglia, ad esempio) e che va affrontato. Ma parlare di “stabilizzazione” può solo suscitare illusioni infondate. I problemi di quanti hanno un lavoro precario sono conseguenza diretta del declino italiano e non possono essere risolti in modo semplicistico. Draghi fa bene a chiedere azioni che rilancino il Paese, ma dovrebbe anche suggerire soluzioni specifiche: insistendo soprattutto sulla riduzione del numero dei dipendenti pubblici, sulla privatizzazione delle imprese parastatali, sulle liberalizzazioni. Partire dal fondo, ricordando la condizione di tanti precari, serve a poco. Così come sarebbe folle sostenere che poiché molti sono senza lavoro bisogna imporre alle aziende di assumerli. Al contrario, gli occupati cresceranno di numero e i loro contratti si stabilizzeranno solo se si ridurrà l’area del parassitismo e si allargherà quella della produzione. Iniziando, ad esempio, a eliminare enti inutili come le province e il suo esercito di politici di professione. Se Draghi voleva attaccare l’azione del governo, stavolta ha fatto un autogol. Il governatore ha ragione su un punto: la situazione è drammatica e non basta più una difesa catenacciare dei conti pubblici. Proprio oggi che il ministro dell’Economia è sotto l’assedio degli altri ministri (che chiedono più soldi) e dei finiani (che puntano a costruirsi benemerenze in varie direzioni e soprattutto nel Sud), è necessario passare all’attacco e mettere in discussione alcuni domi del sistema Italia: a partire dall’inamovibilità del posto di lavoro nel settore pubblico. Draghi sarebbe stato assai più convincente se avesse sottolineato, allora, come la precarietà diffusa dei giovani dei call-center sia figlia dei privilegi di quell’altra parte del Paese (il settore pubblico) che di solito riceve salari modesti in cambio di prestazioni egualmente modeste. È da lì. in primo luogo, che bisogna partire.

di Carlo Lottieri, da Brunoleoni.it

link originale: http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=9776

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