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Contro stage e praticantati gratuiti. Sì alla flessibilità, no allo sfruttamento

6 novembre 2010

Ti laurei, cerchi lavoro e ti offrono uno stage gratuito. Per non restare con le mani in mano, t’iscrivi ad una promettente scuola di specializzazione, il cui prodotto finale è un mirabolante stage gratuito di sei mesi. Sei mesi senza una lira. E magari devi anche pagare l’affitto della stanza dell’appartamento che condividi, se lo stage è in un’altra città (accade in un caso su quattro). Insomma, famiglie che sussidiano aziende, pagando vitto e alloggio di questa classe di lavoratori perduti: gli stagisti. …Read More

Sono i nuovi proletari? Peggio, sono ‘genitoritari’: la loro unica ricchezza non è la prole, ma mamma e papà.

Non parliamo – è bene precisare – degli stage effettuati durante il periodo degli studi, che sia università o scuola superiore: come accade in tutto il mondo, quel tipo di percorso ha un valore fortemente formativo per lo studente, è un’occasione a suo favore per ‘annusare’ il mondo del lavoro, prima di tornare tra i libri e concludere il ciclo di studi. Ed è normale che non sia pagato, o meglio che il compenso sia l’esperienza in sé.  Parliamo di quel limbo degradante, in cui molti precipitano finiti gli studi, degli stage post-laurea a zero euro (sono il 50 per cento dei casi) o a pochi spiccioli (un altro 30 per cento non supera i 500 euro mensili). Quel che è peggio è che, in troppi casi, alla gratuità dell’esperienza si accompagna uno svilimento delle capacità professionali. C’è da riordinare l’archivio? Lo faccia lo stagista. Le fotocopie? C’e la stagista. E cosa accade al termine del periodo di stage? Arrivederci, grazie e avanti un altro. Tanto è gratis. Manodopera a costo zero, una manna dal cielo di cui hanno iniziato ad approfittare anche gli enti pubblici!

Non è sempre così, vivaddio, ci sono realtà aziendali dove il tirocinio post-laurea è davvero considerato ciò che dovrebbe essere, un periodo di formazione e prova che precede un’assunzione (è un caso su dieci, dice UnionCamere). E quando le cose stanno così, spesso lo stage è persino retribuito. Ma è ormai evidente che la ‘norma’ è diventata la gratuità: un unicum italiano che non ha eguali nel resto d’Europa e negli Stati Uniti (leggere per credere), realtà che hanno norme che disincentivano fortemente gli stage gratuiti e che hanno una profonda cultura del lavoro, tale da rendere non accettabile la gratuità delle prestazioni professionali. Per etica della responsabilità e per tornaconto: quale motivazione e condivisione della mission aziendale potrà mai avere chi lavora gratis?

La piaga del mercato del lavoro italiano – lo ripetiamo e ripetiamo – è il dualismo drammatico tra garantiti e precari, tra illicenziabili e inassumibili: prima di ‘sposare’ un lavoratore, e cioè di offrire un contratto a tempo indeterminato, le aziende contano fino a cento. E spesso poi desistono, preoccupate dell’estrema severità dello Statuto dei Lavoratori. A queste condizioni, è inevitabile che le imprese preferiscano i cocopro o i contratti a tempo determinato e che – nei momenti di crisi – proprio sui ‘precari’ scarichino i costi delle ristrutturazioni aziendali. All’ombra delle regole vischiose del mercato del lavoro italiano, le imprese provano a ritagliarsi dove possono scampoli di flessibilità. Non è invece accettabile che esse cadano nella tentazione di sfruttare – senza una lira che sia una – tanta bella manovalanza qualificata e a spasso, facendo appunto leva sulla difficoltà dei giovani di entrare nel mercato.

Accanto agli stagisti, ci sono i praticanti, molti dei quali tenuti ‘a stecchetto’ per anni da avvocati, commercialisti ed altri liberi professionisti: perché mai – si chiedono questi ultimi – pagare chi, per accedere all’Ordine, ha bisogno di svolgere il praticantato? Difficile comprendere, per noi estranei del mestiere, come si possa salutare ogni mattina ed ogni sera un proprio collaboratore, sapendo che lo si sta sfruttando. E anche in questo caso, lo segnalavamo la scorsa settimana, gli enti pubblici danno il cattivo esempio.

Di questo mondo di stagisti e praticanti i sindacati e la politica non si occupano e non si preoccupano, impegnati come sono a difendere interessi corporativi e antistorici diritti ‘acquisiti’. Di questo mondo abbiamo pensato di occuparci un po’ noi, insieme a chi – come La Repubblica degli Stagisti – da anni ha scelto di dare voce a questi nuovi esclusi. Oggi e domani, a Perugia, in occasione della convention nazionale di Futuro e Libertà, Libertiamo inaugura la campagna Facebook “No agli stage gratuiti – Sì alla flessibilità, no allo sfruttamento di stagisti e praticanti”. E’ innanzitutto un’operazione culturale, ma proverà anche ad essere un tentativo di elaborazione di una proposta politica concreta.

di Piercamillo Falasca, da Libertiamo.it

link originale: http://www.libertiamo.it/2010/11/06/contro-stage-e-praticantati-gratuiti-si-alla-flessibilita-no-allo-sfruttamento/

2 commenti
  1. Un istantanea della condizione dello stagista pressoché perfetta.
    Chissa perché..ma la sua bella disserzione mi ha fatto venire in mente la capostipite di questa vessata categoria..Monica Samille Lewinsky la psicologa statunitense diventata famosa per aver indugiato e prolungato il sexystage offertole dall’inossidabile 42°presidente degli Stati Uniti Bill Clinton.
    Scherzi a parte,alcune norme capestro contenute nello Statuto dei Lavoratori…andrebbero e potrebbero essere cambiate. Purtroppo però ancora oggi all’interno del PDL sussistono ancora troppe voci dissonanti e anche in confindustria..sarà difficile dunque derimere il problema,se manca una volontà corale.
    Detto questo.. il vostro impegno non va che elogiato!
    “Bene o male, purchè se ne parli” diceva il grande Oscar Wilde

  2. La rigidità del mercato del lavoro e l’assenza di una vera etica del lavoro ha creato in Italia la bolla degli stage post-laurea gratuiti. L’articolo “addita” l’effetto per colpire la “causa” e mette così in evidenza cosa serve al mercato del lavoro italiano.

    La soluzione non è imporre l’obbligo di pagare gli intern. La soluzione è fare entrare prima nel mercato del lavoro gli studenti, incentivando soprattutto gli internship estivi.

    Il primo problema è dunque l’organizzazinoe dell’università. L’Italia è il solo Paese al mondo dove si possono ridare gli esami. In tutto il mondo, l’esame si dà una volta e via – e durante l’anno si studia molto di più. L’estate serve per lavorare.
    Il secondo problema, in Italia, è che non c’è un tessuto produttivo adeguato per accogliere tutta questa gente. Le ragioni si trovano nel nostro sottosviluppo e nel fatto che le aziende straniere non vengono in Italia.

    Allora qui il problema è di a) tasse, b) burocrazia, c) mercato del lavoro

    (tratto da un discussione Facebook, di Andrea Gilli e Piercamillo Falasca)

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