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La rivoluzione del liberismo è rinviata ancora una volta

5 novembre 2010

Il paradosso del nostro Paese è che per liberare» l’economia sarebbe necessaria un’azione di governo molto articolata e«impopolare»

Tra  pochi giorni l’America sarà chiamata al voto, entro un quadro politico rivoluzionato dai Tea Party e dalla riproposizione di slogan che hanno fatto la storia di quel Paese. Questo di Thomas Jefferson, ad esempio: «Read More

II governo migliore è quello che governa meno». Che fu poi completata da David Henry Thoreau, persuaso che se Jefferson aveva ragione, allora bisogna giungere alla conclusione «che il migliore dei governi è quello che non governa affatto». C’è molta ragionevolezza in tutto ciò, perché in una società libera e dinamica il potere è chiaramente limitato, confinato da vincoli ben precisi, così che il mercato e la società civile possano esprimersi al meglio. Tutto questo è vero, e da ciò si potrebbe derivare la conclusione che un governo come quello italiano – essenzialmente orientato a gestire l’esistente e, al massimo, a evitare conseguenze troppo negative per i conti pubblici – debba allora meritare un qualche plauso. Purtroppo non è così e le ragioni sono evidenti. Il governo «che non governa» a cui si riferivano Jefferson e Thoreau era un potere di modestissima entità, a cui chiedevano di non espandersi, accrescendo il numero delle regole e l’entità del prelievo.
Viceversa, il settore pubblico italiano è oggi una realtà mastodontica che assorbe circa la metà delle risorse e, quel che forse è perfino peggio, ha imposto un intrico legislativo che da decenni ostacola la creatività e la voglia di fare degli italiani. Questo Stato può essere utilizzato in vario modo, ma di sicuro non può essere ignorato. La soluzione statalista ritiene che nella difficile contingenza economica che si è chiamati ad affrontare il governo possa fare molto in prima persona: costruendo opere di interesse, stimolando i consumi privati, ampliando il credito, orientando lo sviluppo grazie a massicci sostegni alla ricerca e all’innovazione. I limiti di questa impostazione sono numerosi: poiché essa privilegia i manager statali (irresponsabili) rispetto gli imprenditori (che rischiano i loro soldi, e per questo tendono ad avere comportamenti più oculati), presume di disporre di informazioni che non ha (e che l’insieme degli attori di mercato è in grado di gestire), crea rendite di posizione e notevoli occasioni di comportamenti scorretti. E’ questa la strada che è stata intrapresa, tanto per fare un nome, da Barack Obama e che sarà all’origine del risultato (probabilmente) negativo che uscirà dalle urne delle elezioni di mid-term. Il presidente americano ha ritenuto di rispondere alla crisi economica accrescendo l’intervento pubblico e su questa opzione di fondo, in sostanza lo giudicheranno. Un governo tutt’altro che inattivo è, ad esempio, quello della coppia Cameron-Clegg, nato nel Regno Unito a seguito dell’accordo tra conservatori e liberali. La direzione fondamentale che il nuovo gabinetto a Londra sta imboccando è quella di una riduzione dello Stato: in primo luogo grazie a tagli delle uscite e delle assunzioni. È un’opzione più liberale di quella individuata da Obama, ma che egualmente esige iniziative destinate a incidere sulla struttura complessiva della società. A Londra come a Washington, si compiono scelte. A Roma, invece, si ha la sensazione che il governo tenda a rinviare ogni decisione, quasi senza rendersi conto che anche questa è una scelta: e una delle peggiori. Gestire gli affari ordinari è sicuramente necessario ed è anche importante fare il possibile per resistere di fronte agli “assalti alla diligenza”. In tal senso va detto come il ministro Giulio Tremonti abbia più di altri mostrato attenzione alla tenuta dei conti pubblici, ma va pure aggiunto che è davvero difficile – in una società come la nostra – sbarrare la strada alle pretese degli enti (per lo più inutili) finanziati dallo Stato, ai ricercatori universitari tanto desiderosi di una promozione ope legis, ai settori assistiti che fanno lobbying per il rinnovo degli incentivi, e via dicendo. Proprio perché la nostra “normalità” implica una spesa fuori controllo che va dissestando i conti pubblici e mette a rischio il futuro, il modello da adottare non può essere quello del buon amministratore. Semmai, abbiamo bisogno di interventi rivoluzionari e, per realizzare tutto ciò, vi è la necessità di un governo con idee chiare, progetti impopolari, uomini disposti anche a scontentare il pubblico (quando è necessario). In questo senso il quadro complessivo è abbastanza paradossale. Abbiamo uno Stato pachidermico e tentacolare, che andrebbe coraggiosamente ridimensionato, e al contempo abbiamo un governo sostanzialmente assente e distratto, che nel migliore dei casi gestisce l’esistente. Ci vorrebbe invece “più governo”- nel senso di una decisa azione riformatrice – proprio al fine di avere “meno Stato”.Le scelte che l’Italia deve fare sono molto simili a quelle che vanno facendo altrove: in tema di pensioni, funzione pubblica, liberalizzazioni, e via dicendo. La realtà, stavolta, dette le sue regole. Non è tanto in discussione il “se”, perché prima o poi saremo chiamati ad assumerci le nostre responsabilità, ma solo il “quando”. È però sicuramente vero che se tali decisioni venissero assunte ora, il Paese ne trarrebbe rilevati benefici. Da Liberal, 28 ottobre 2010

di Carlo Lottieri, da Brunoleoni.it

link originale: http://brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=9743

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