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La razza degli imprenditori italiani

25 ottobre 2010

 

In questo periodo, anche grazie all’opera indefessa dell’ineffabile pm Henry John Woodcock, Confindustria si è distinta più per il gossip che per quel che dovrebbe essere la sua funzione di “sindacato” delle imprese. Ebbene, negli ultimi giorni i confindustriali sono tornati a parlare di economia, ma con esiti a dir poco sconcertanti.

Infatti, il governo, per bocca del Ministro dell’Economia Giulio Tremonti, avrebbe proposto a Confindustria una maxi-riduzione dell’Irap per tutte le imprese subito, per poi proseguire fino alla sua completa eliminazione. Il tutto, finanziato attraverso la progressiva eliminazione di incentivi e contributi pubblici alle imprese. Insomma, meno imposte in cambio di meno contributi pubblici. La risposta di Confindustria è stata un no secco. E di che stupirsi, del resto? Come tutti i sindacati e i centri di potere, Confindustria si batte per la difesa dei propri privilegi e non per il bene del paese, che consisterebbe in meno tasse, meno burocrazia e una maggior concorrenza tra imprese. In poche parole, più mercato.

Ma in un paese in cui la sotto-cultura anti-capitalistica regna sovrana da sempre, lo slogan “più mercato” è associato agli interessi dei “capitalisti” sfruttatori, quando, invece, maggior concorrenza significa miglior qualità dei prodotti a prezzi più contenuti, a tutto beneficio di consumatori e lavoratori, che consumatori lo sono a loro volta. D’altro canto, associazioni come Confindustria sono endemicamente propense a tutelare, non tanto i privilegi dei propri associati, bensì quelli dei membri più influenti in seno all’associazione, ossia le imprese più grandi. Infatti, queste ultime sono poche ed è più facile per esse trovare un accordo per una strategia comune rispetto alla miriade di piccole imprese che, essendo tante e mal collegate, faticano a elaborare una strategia d’azione unitaria efficace. Inoltre, le grandi imprese sono più abituate a rapportarsi con il potere politico, e questo fa sì che i loro proprietari e i loro dirigenti acquisiscano quelle “competenze” nell’attività di lobby che i piccoli imprenditori non hanno. Per questo, Confindustria è e sarà sempre un’associazione che privilegia le sue aristocrazie interne, come del resto avviene con i sindacati, da sempre più propensi a tutelare le aristocrazie operaie specializzate e già “garantite”, in quanto già facenti parte del sindacato, rispetto ai cosiddetti precari e a chi garantito non è.

Ebbene, se questa è la realtà di Confindustria (e lo è!) e Berlusconi è sceso in politica per cambiare le cose, allora perché deve sempre mettersi a mendicare il consenso di tutti? Il suo elettorato, che è quello che regge le sorti del paese, o di ciò che ne è rimasto, è composto da piccoli e medi imprenditori su cui il peso di Stato e burocrazia incide di più e che costituiscono una sorta di “proletariato” industriale, non perché siano tutti poveri, anzi, ma perché politicamente ininfluenti e non rappresentati. Gente che magari si è arricchita, ma lo ha fatto lavorando anche 14/15 ore al giorno ai ritmi di un operaio ottocentesco, con un fisco che lo penalizza e con le élites politiche e intellettuali che lo demonizzano, perché magari non bazzica i salotti giusti e perché, come nel caso dei vari sciur Brambilla con la fabbrichétta, si permette anche di fare gli schei senza il permesso di lor signori. Non è accettabile che, per cercare il consenso di tutti, Berlusconi continui a eludere quelle scelte che spettano a chi si propone di governare un paese. In Gran Bretagna, dove Mrs Tharcher ha già privatizzato e liberalizzato tutto quanto era privatizzabile e liberalizzabile già negli anni Ottanta, il premier David Cameron e il cancelliere dello scacchiere George Osborne hanno deciso, per i prossimi 5 anni, tagli al Welfare State per 20 miliardi €, tagli alle spese dei ministeri del 25% l’uno e il licenziamento di mezzo milione di impiegati pubblici. In Francia Sarkozy sta sfidando la piazza per difendere il suo provvedimento che innalza l’età pensionabile, mentre in Germani Frau Merkel l’ha portata a 67 (dico 67!) anni.

Certo, l’Italia ha un deficit pubblico relativamente basso, ma ha il terzo debito pubblico più alto al mondo, sul quale gravano interessi da paura. E si sa quanto l’aumento di questi sia sensibile alla fiducia che i mercati ripongono in chi emette titoli del debito sovrano, ossia in un paese che meno di 20 anni fa ha conosciuto lo scandalo di tangentopoli, a cui sono seguiti lustri di litigi e politica inconcludente. E in questo clima in cui, per i mercati (e non solo), i nostri politici sono ladri fino a prova contraria, è inimmaginabile sperare di sostenere la crescita riducendo le tasse e contando solo sull’allargamento della base imponibile. Ciò avverrebbe nell’arco di più anni e nel periodo di transizione la speculazione dei mercati sui nostri titoli di Stato farebbe saltare i nostri conti pubblici, facendoci fare la fine, non della Grecia, ma dell’Argentina, perché, essendo la nostra economia molto più grande di quella greca, i costi per salvarla sarebbero insostenibili. In ogni modo, l’abbassamento delle imposte su imprese e famiglie non può più essere rimandato, perché il paese non ce la fa più e le fonti di ricchezza si stanno inaridendo giorno dopo giorno. Cameron ha portato la tassazione sulle imprese dal 28% al 24%, ma ha tagliato laddove occorreva tagliare. Il giorno in cui Berlusconi e Tremonti lo faranno avranno i miei elogi. Nel frattempo, Berlusconi abbia la decenza di non pronunciare la frase “tagli alle tasse”, perché sull’argomento a chiacchiere stiamo a zero e ogni parola a riguardo non può non suonare come un’intollerabile e vergognosa presa per i fondelli.

di Carlo Zucchi, da Movimentolibertario.it

link originale: http://www.movimentolibertario.it/index.php?option=com_content&view=article&id=9483:che-bella-razza-di-imprenditori-quelli-italiani-e-silvio-che-fa&catid=1:latest-news

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