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Cavour economista liberale

23 ottobre 2010

Quasi esattamente dieci anni orsono, il 22 settembre del 2000, venni invitato qui ad Asti a ricordare il centenario della morte di Isacco Artom. In quell’occasione iniziai il mio discorso con queste parole:
Il conte di Cavour, ministro della marina, dell’agricoltura e del commercio del Regno di Sardegna, alla Camera dei deputati di Torino il 15 aprile 1851, dichiarò:
“Signori, la storia moderna, quella in ispecie dell’ultimo secolo, dimostra evidentemente essere la società spinta fatalmente nella via del progresso. Le leggi che regolano questa meta non hanno potuto finora essere determinate né dai filosofi più sapienti, né dagli uomini di Stato i più sagaci. In mezzo a tanta incertezza questo però v’ha di certo, che l’umanità è diretta verso due scopi, l’uno politico, l’altro economico. (…) Nell’ordine economico essa mira evidentemente al miglioramento delle classi inferiori, ad un miglior riparto dei prodotti della terra e dei capitali.
Onde arrivare a questo scopo due mezzi si presentano. Tutti sistemi ideati nei tempi moderni dagli intelletti i più saggi e più audaci possono ridursi a due. Gli uni hanno fede nel principio di libertà, nel principio della libera concorrenza, del libero svolgimento dell’uomo morale e intellettuale. Essi credono che colla sempre maggiore attuazione di siffatto principio debba conseguirne un maggiore benessere per tutti, ma in ispecie per le classi meno agiate. Questa è la scuola economica… Un’altra scuola professa principii assolutamente diversi. Essa crede che le miserie dell’umanità non possano venire sollevate, che la condizione delle classi operaie non possa essere migliorata se non col restringere ognora più l’azione individuale, se non coll’allargare smisuratamente l’azione centrale del governo, nella concentrazione generale delle forze individuali.
Questa, o signori, è la scuola socialistica. Non conviene illudersi: quantunque questa scuola sia giunta a deduzioni funeste e talvolta atroci, non si può negare che essa abbia nei suoi principii qualche cosa di seducente pegli animi generosi ed elevati. Ora, il solo mezzo di combattere questa scuola, che minaccia di invadere l’Europa, o signori, è di contrapporre ai suoi principii altri principii. Nell’ordine economico, come nell’ordine politico, come nell’ordine religioso, le idee non si combattono efficacemente se non colle idee, i principii coi principii.”
Credo che di quest’affermazione del grande conte debbano essere sottolineati alcuni punti a mio parere molto significativi. Anzitutto, i liberali piemontesi non sprecavano il pubblico denaro: Cavour era titolare di tre ministeri, il che consentiva al governo di risparmiare i costi di due ministeri! Del resto la parsimonia dei liberali piemontesi non è stata tipica soltanto del XIX secolo né limitata al denaro pubblico. Un altro grande liberale piemontese, a me molto caro, Luigi Einaudi, ha lasciato al riguardo lezioni indimenticabili. E’ nota la storia raccontata credo da Flaiano di quando a un pranzo al Quirinale, arrivata la frutta, sotto lo sguardo allibito dei camerieri in polpe, si sentì la voce del presidente: “chi dividerebbe una pera con me? Il commento di Flaiano fu lapidario: “con lui è finita l’epoca delle mezze pere”!
Sembra che quando De Gasperi e altri illustri esponenti del Parlamento andarono a trovarlo per chiedergli di recarsi alla Camera perché avevano deciso di eleggerlo presidente della Repubblica, Einaudi si schermì dichiarando: “stamattina non mi sono potuto rasare perché ho mandato il pennello a riparare”!
Fu questo rigore nella gestione della cosa pubblica, che praticavano anche a casa loro, che portò i liberali dell’Ottocento, specie i piemontesi, a credere fortemente nel pareggio annuale del bilancio pubblico non per ragioni economiche ma per fondamentali motivi di etica pubblica, garanzia di trasparenza delle pubbliche finanze e garanzia della solvibilità dello Stato. Per loro le regole che presiedono alla correttezza dei comportamenti privati dovevano a maggior ragione valere nell’amministrazione dello Stato. Questo principio è stato comune a Cavour, alla Destra storica che si suicidò per difenderlo, ma anche alla Sinistra storica (il ministro delle Finanze Grimaldi si dimise perché si rese conto che la promessa di abolire la tassa sul macinato era irrealizzabile: “l’aritmetica non è un’opinione”) e soprattutto a Luigi Einaudi, che volle il principio iscritto nella Costituzione all’articolo 81.
In secondo luogo, non sfugge credo a nessuno la straordinaria modernità del conte: nel 1851 aveva previsto con esattezza la natura del problema che avrebbe afflitto il XX secolo. Avere compreso già allora che il socialismo, pur pervenendo a “deduzioni funeste”, sarebbe apparso seducente agli “animi generosi ed elevati”, ha semplicemente dell’incredibile.
Inoltre, a me non dispiace per nulla che Cavour distinguesse la “scuola economica” da quella socialistica. Non mi spiace come economista perché concordo con Maffei Pantaleoni che era convinto che di scuole in economia ce ne fossero solo due, in costante guerra fra loro, quella di coloro che la sanno e quella di quanti non la sanno! Come liberale poi sono anch’io dell’idea che il problema degli statalisti sia soprattutto quello di ignorare l’economia.
Gli economisti, infatti, studiano soprattutto le conseguenze non intenzionali dell’azione umana; gli statalisti, invece, si concentrano sulle intenzioni. Atteggiamento questo pericolosissimo perché premessa necessaria dell’intolleranza: se, infatti, quello che conta sono le intenzioni, i guai dell’umanità sono la prevedibile conseguenza d’intenzioni malvagie, mentre le cose buone succedono perché volute da spiriti nobili. Dato che le mie intenzioni sono per definizione buone, chi la pensa diversamente sarà certamente un mascalzone. E’ inutile quindi argomentare pacatamente e razionalmente con gli avversari politici, sono ignobili reazionari al soldo dei capitalisti e vanno combattuti come nemici, se necessario anche con la forza. Terroristi, rivoluzionari a bombaroli agiscono secondo questa certezza.
Il conte, invece, da autentico liberale aveva perfettamente chiaro che l’essenza del liberalismo è la tolleranza: bisogna “contrapporre ai principii altri principii, alle idee altre idee”. Sostenere questa tesi nel 1851 era a dir poco ancora una volta rivoluzionario. L’Ottocento ha conosciuto non pochi liberali maneschi, convinti che gli avversari politici dovessero essere combattuti con la forza, anche se non credo che Bava Beccaris credesse di essere liberale!
Infine, ed è questo il punto fondamentale, Cavour aveva capito qualcosa di essenziale che ancora oggi sfugge a molte persone, anche intelligenti e colte: la differenza fondamentale fra sistemi politici è quella fra libertà e coercizione, fra il principio della concorrenza e quello che affida la soluzione di tutti i problemi all’”azione centrale del governo”. Il principio della concorrenza per un liberale è essenziale in tutti i campi; egli crede alla concorrenza fra idee che non è altro che la tolleranza di cui dicevo prima e della convinzione che solo dal libero confronto fra idee diverse si possa giungere gradatamente, attraverso tentativi ripetuti e mai conclusi, allo sviluppo del pensiero umano. Il liberale crede anche alla concorrenza fra persone: questa è la ragione per cui il liberale è democratico nel senso che i cittadini debbono poter scegliere fra progetti politici diversi, ma devono anche essere in grado di selezionare le persone che li rappresenteranno. (Non solo chi parla ma moltissimi liberali, fra cui Luigi Einaudi, sono perciò convinti sostenitori di un sistema maggioritario uninominale, che metta in competizione non solo due diversi insiemi d’idee ma anche due diverse persone.)
I liberali credono alla concorrenza interna e internazionale fra prodotti diversi: fautori da sempre del libero commercio interno e internazionale che non è altro che un’applicazione della libertà, della convinzione che consista nell’esistenza di alternative. Un acquirente è tanto più libero quanto più numerosi sono i venditori e questi ultimi possono essere liberi solo se hanno di fronte a sé molti compratori. Questo liberale crede profondamente nella competizione fra politiche alternative; per questo sono favorevole a un sistema federale come quello svizzero che consente ai contribuenti di spostarsi verso cantoni meno esosi. La concorrenza in questo caso garantisce un limite automatico alla fiscalità perché se un cantone è troppo esoso perde contribuenti, non può quindi abusare della sua potestà impositiva. Per la stessa ragione sono contrario alla armonizzazione fiscale nell’Unione Europea perché ciò toglierebbe ai contribuenti quella protezione efficace che è costituita dalla possibilità di spostare i propri investimenti nei paesi meno ingordi sul piano fiscale.
Cavour credeva che la concorrenza valga anche per le credenze religiose: libera chiesa in libero Stato non è altro che la convinzione che qualsiasi credo religioso abbia diritto di cittadinanza in un paese libero e che il confronto fra fedi diverse non sia soltanto lecito ma anche benefico perché consente ai credenti di religioni diverse di mettere a confronto la propria con l’altrui con beneficio reciproco. Cavour cioè era laico non anticlericale, voleva la separazione fra Stato e chiesa ma voleva anche libertà di religione per tutti. Liberale viceversa non era Pio IX che scomunicò i liberali, convinto evidentemente di liberarsene così. Quel “non expedit” è stata una delle cause prime dei problemi politici del Novecento. Se i cattolici fossero stati liberi di partecipare alla vita politica dell’Italia unita fin dall’inizio, probabilmente non avremmo avuto il fascismo né quell’aberrazione che è stato il cattocomunismo, caratterizzato da atavica avversione per il liberalismo, che ha portato l’Italia in circa vent’anni dallo sviluppo rapido alla recessione, dalla solidità finanziaria dello Stato alla quasi bancarotta.
Se qualcuno mi chiedesse se sono liberale, risponderei “sì, cavourriano ed einaudiano”. In altri termini, anche se sono nato più vicino a Tunisi che a Roma, vorrei essere considerato un liberale piemontese!
L’anno prossimo non ricorre soltanto il 150° anniversario della morte del grande conte né il 200° della nascita; la ricorrenza più importante è quella del 150° del suo capolavoro: l’unità d’Italia.
L’Italia è sì uno Stato unitario relativamente recente ma è anche una delle nazioni più antiche d’Europa. Non mi riferisco a Roma, come naturalmente potrei, ma a epoca successiva. Già nel 13° secolo era evidente ai grandi italiani che la loro era una nazione. Petrarca, nella canzone all’Italia, dice: “Italia mia, benché il parlar sia indarno alle piaghe mortali che nel bel corpo tuo sì spesse veggio, piacemi almen che i miei sospir sian quali spera il Tevere e l’Arno e il Po, ove doglioso e grave or seggio…” E Dante aveva già osservato: “Ahi serva Italia di dolore ostello, nave senza nocchiero in gran tempesta, non donna di province ma bordello..”
L’Italia nazione è una da sempre, chi sostiene il contrario è un incolto, il grande merito di Cavour è stato quello di fare di una nazione uno Stato.
Sono siciliano, vorrei essere considerato un liberale piemontese e mi sento europeo ma, prima di tutto sono orgogliosamente italiano. So bene, come tutti, che dobbiamo tutto all’Italia: la nostra lingua, la nostra civiltà, la nostra cultura, il più straordinario patrimonio artistico del mondo; le libertà e il benessere di cui godiamo sono il risultato del lavoro e dei sacrifici delle generazioni d’italiani che ci hanno preceduto. Fra noi e la nostra patria le regole della partita doppia non valgono: non ci sono due colonne, quelle del dare e dell’avere, ce n’è una sola, quella del dare. Il nostro fine è cercare di ricambiare almeno in parte quanto dall’Italia abbiamo avuto.
Per questo oggi grido:
Viva Cavour!
Viva l’Italia!

di Antonio Martino, da ilblogdiantoniomartino.it,

link originale: http://ilblogdiantoniomartino.blogspot.com/2010/10/cavour-economista-liberale.html

From → ECONOMIA, POLITICA

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