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Quei giovani francesi che non vogliono un futuro

20 ottobre 2010

Francia, lo Stato sociale non può più permettersi di mantenere il suo sistema previdenziale. Essendo retributive, le pensioni dei francesi che lasciano il lavoro sono pagate dai concittadini più giovani che lavorano ancora. Nella repubblica d’Oltralpe si può appendere il proprio lavoro al chiodo a 60 anni. Data l’aspettativa di vita attuale, mediamente un francese vive dai 25 anni (per gli uomini) ai 27 (per le donne) senza lavorare, mantenuto dai connazionali che lavorano ancora. Quello d’Oltralpe è mediamente il pensionato più longevo, non solo d’Europa, ma di tutto il mondo industrializzato. Da nessun’altra parte nel globo, così tante persone vivono, così a lungo, a carico della comunità.
La riforma delle pensioni voluta dal Governo Fillon e fortemente caldeggiata dal presidente Nicolas Sarkozy vuole porre rimedio a una situazione insostenibile. La riforma attuale non pone mano a strumenti radicali. Si limita a rinviare lo scoppio della crisi demografica, innalzando di appena due anni l’età pensionabile, per raccogliere più contributi. La minima si prenderà a 62 anni, invece che a 60, la massima a 67 anni invece che a 65.
Eppure la realtà si è apparentemente ribaltata. I giovani si ribellano per continuare a mantenere le generazioni che li hanno preceduti.

La Francia è ora entrata nella sua terza settimana di paralisi. Uno stallo imposto da blocchi, picchetti, manifestazioni, atti di forza e veri e propri sabotaggi. I treni sono rallentati, un Tgv su due non compie il suo percorso, molte strade sono bloccate dai camion, un terzo dei benzinai è rimasto privo di scorte perché i militanti sindacali hanno occupato e chiuso le 12 raffinerie del Paese. Gli operai non possono andare al lavoro negli stabilimenti di Peugeot e Citroën a causa dei picchetti. I principali terminali petroliferi sono bloccati. La centrale di rifornimento dei supermercati Auchan picchettata. Andare in macchina è un problema, in treno anche, gli aerei stessi rischiano di rimanere privi di carburante. E intanto scoppiano scontri: ben due in due giorni nel sobborgo di Nanterre (Parigi) e uno, grave, a Lione. Parigi è percorsa, in media, una volta ogni quattro giorni, da manifestazioni di massa, anche se non oceaniche: l’ultima ha coinvolto da 60mila (per la polizia) a 300mila (per i sindacati) persone.

Gli uomini che passano direttamente all’azione sono gruppetti di poche decine di persone. Per fare qualche esempio: il picchetto agli stabilimenti automobilistici è formato da circa 60 militanti sindacali. Il blocco dei depositi di Auchan da una trentina di persone. Quaranta-cinquanta attivisti, fra studenti e scaricatori, impediscono le operazioni di carico-scarico nel porto di Dunkerque. Negli scontri di Nanterre, domenica scorsa, la polizia ha arrestato circa 200 facinorosi. Quasi tutti squatter, non certo studenti dei licei. Gli istituti chiusi per occupazione sono, in tutto, circa 300. Ieri il numero delle scuole in “sciopero” è salito alle 370. Comunque una percentuale bassa sulle circa 4500 scuole superiori del Paese.
Benché i numeri della rivolta siano bassi, quelli del suo seguito non lo sono. Secondo i sondaggi pubblicati questa settimana dai maggiori quotidiani, il 70% dei francesi è disposta a subire tutti i disagi del caso e appoggiare gli scioperi a oltranza.

Quel che veramente lascia a bocca aperta è la composizione demografica del popolo in rivolta: lavoratori, relativamente giovani e in salute e, sempre di più, studenti. I liceali, in particolare, ritengono di vivere una nuova stagione di risveglio politico, paragonabile al ’68. Insomma, proprio quelli che dovranno pagare più tasse per mantenere la popolazione più anziana e inattiva, coloro che sono più colpiti dall’attuale sistema sono i suoi maggiori difensori. Perché? Perché, evidentemente, l’ideologia, inculcata nelle scuole e nelle famiglie, ha superato la realtà. Al punto da spingere a protestare contro i propri interessi per mantenere un stato sociale che, pur essendo insostenibile, “deve” essere difeso a tutti i costi. Stando così le cose, il sistema francese non è riformabile, nemmeno di fronte a crisi manifeste. Solo una rivoluzione culturale, profonda e capillare quanto quella del ’68, ma di segno opposto, potrà aprire gli occhi a quel popolo che, per secoli, fu l’avanguardia dell’Europa.

di Stefano Magni, da Libertiamo.it

link originale: http://www.libertiamo.it/2010/10/20/quei-giovani-francesi-che-non-vogliono-un-futuro/

From → ECONOMIA, POLITICA

2 commenti
  1. Sveglia, ragazzi! permalink

    E meno male che l’ideologia è quella dei giovani francesi! Questo articolo gronda di ideologia! Sostenere che i pensionati dopo aver pagato contributi per 40 anni sono dei “mantenuti” è non solo ideologico, ma insolente e vergognoso! I giovani francesi insegnano ancora una volta al mondo, come nel ’68 che il sistema è marcio, mentre i giovani italiani stanno ancora a guardare. A quando la sveglia?

    • Quindi il sistema sarebbe marcio perchè dal tuo punto di vista 40 anni di contributi sono troppi?
      Piaccia o no, il sistema non è più sostenibile proprio per il contrario, e cioè perché 40 anni sono troppo pochi.

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