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Studiare per lavorare..o far lavorare?

18 ottobre 2010

Tra poco scade l’appuntamento con l’Agenda di Lisbona, e vedremo quanti Paesi hanno davvero fatto dei passi avanti verso un’Economia della Conoscenza, in cui è considerato essenziale l’aumento della quota di laureati in quanto segno di incremento di capacità lavorativa ad alto livello; è plausibile che una tale “superiore” capacità lavorativa sia più remunerativa per l’economia intera, permettendole di rispondere alla potenza manifatturiera degli “emergenti” puntando su settori diversi. Intanto L’OCSE divulga un po’ di dati che riguardano anche parte del 2009: i laureati aumentano, guadagnano più dei non-laureati, e risentono meno dell’aumento della disoccupazione; questo ovunque, tranne che in Italia.

A quanto si legge, un po’ in tutto il mondo l’istruzione terziaria ha aperto canali para-universitari professionalizzanti. In Italia invece tale formazione è “dispersa” tra le riforme dell’istruzione secondaria (istituti tecnici) e titoli triennali universitari. Dobbiamo quindi pensare che fino a pochi anni fa, a parte la buona volontà di singoli docenti, non ci fosse niente di “professionalizzante” (sensazione che ogni mio collega ragioniere e parte dei miei colleghi universitari ha avuto). Personalmente non so quanto debba essere professionalizzante l’università, ma pretenderei lo fossero sicuramente le varie “specializzazioni” e corsi “post-laurea” così come un istituto tecnico che pretende di formare “periti”. In Italia si è di fronte, pare, ad un incremento di lauree di dubbio valore scientifico e poco apprezzate sul mercato del lavoro; l’incremento dei laureati non rappresenta pertanto un effettivo “valore” per il Belpaese, che quindi resta e resterà indietro nello sviluppo economico. È con questo che l’OCSE spiega l’anomalia italiana sulla disoccupazione: solo in Italia la crisi ha mietuto più vittime tra i laureati che tra i non-laureati, perché in Italia il disallineamento tra titolo conseguito e aspettative occupazionali è massimo.

L’OCSE non lo dice, ma lo dico io: in Italia praticamente si studia di più e si creano più indirizzi per favorire il lavoro solo degli insegnanti. La colpa di questo non può essere (solo) di un Ministro dell’Istruzione: c’è dentro tutta la gerarchia e struttura scolastica, l’insipienza non sanzionata di molti insegnanti, il controllo centrale sui programmi, ma pure la disonestà di dipingere un’Italia come potenza tecnologico-scientifica mondiale quando tutto quel che realmente viene sostenuto è la bassa manifattura.

Le classi più mature non sono facilmente recuperabili sul piano dell’istruzione. Politicamente è un grosso problema dir loro “arrangiatevi”, e così lo Stato vede di tutelarle, il che si è tradotto in Italia con il permettere loro di continuare a fare lo stesso lavoro proteggendo e salvando i settori interessati. Direi che questa è un’ottima ragione per la “stasi” indotta in Italia da subdole politiche industriali (si parla tanto dell’assenza di una politica industriale ma, come ho sostenuto qui, se ne può rintracciare per fatti concludenti una che da decenni mantiene invariata la struttura industriale). D’altra parte la “stasi” di una struttura economica imperniata su certa manifattura implica la non-necessità di alti livelli di istruzione, e da questo deriva anche il deprezzamento del merito a favore della pratica e della relazione (qui il ragionamento più in esteso). L’istruzione così perde una forza “trainante”, la “domanda di competenze”, e finisce per avvilupparsi su se stessa cedendo alle logiche burocratiche. È per questo che dico che in Italia si studia non per il proprio lavoro futuro ma per far lavorare gli insegnanti (e magari finendo anche per far lavorare i Paesi esteri che sanno accogliere le capacità di ex studenti italiani).

A corollario va ricordato che in una fase di crisi tendenzialmente (cioè a parte la non perfetta selettività delbust e le solite distorsioni statali) tendono a uscire dal mercato le competenze meno importanti e essenziali; dalla tradizione economica austriaca, o da qualsiasi teoria che non ragioni in termini di “valori oggettivi”, sappiamo che un qualsiasi bene ha un valore in relazione all’impiego che ne può essere fatto nell’economia, pertanto un fattore produttivo che è utilizzato per produzioni di poco valore (o che non è affatto utilizzato) avrà conseguentemente un valore basso (o nullo). Ad esempio, se la struttura produttiva è basata sui braccianti, una laurea in economia dei mercati finanziari o in fisica nucleare non vale nulla, ma vale molto la forza fisica. Per tornare a quanto detto dell’istruzione italiana, se questa è (come non le rimane che essere) subordinata a logiche diverse dall’assecondare l’economia, chi è “forte” di istruzione è il primo a restare disoccupato perché appunto “forte” in qualcosa di “inutile”. Che poi questo si traduca soprattutto in disoccupazione giovanile è logico, perché i più istruiti e con meno esperienza (e l’esperienza è una delle cose più importanti in un contesto “statico”) sono i giovani, che quindi sono quelli che “valgono meno” e i primi a venir scartati. Così io mi spiego i dati OCSE in un modo che nessun canale di informazione ufficiale avrà mai il coraggio di fare.

Il modo in cui è letta l’Agenda di Lisbona, per lo meno in Italia, è “create gente istruita, ché loro faranno crescere il Paese”. La realtà è che il mondo sta avanzando, prima il solo occidente ora sempre più anche gli emergenti, verso attività a crescente contenuto di informazione e conoscenza su cui l’istruzione ha un ruolo decisivo, un livello industriale da “occupare” perché gli altri, i più “labour-intensive”, vengano naturalmente (per la teoria dei vantaggi comparati) coperti da Paesi meno sviluppati; per questo far crescere l’istruzione è necessario. E questo è vero in un Paese che è disposto a cambiare. Ma l’istruzione è un fondo, a livello di Paese, una necessità che viene espressa con l’avanzare stesso dell’economia (che deve essere economia “aperta” alle innovazioni anche dall’esterno). Mille ingegneri in più non sono mille brevetti, ma 999 persone capaci di gestire un brevetto da cui emergono mille aziende che hanno bisogno di gente capace. L’imprenditore traina, l’istruzione asseconda, e come una corda tira dietro l’economia. Ma in Italia, si è visto, non c’è vero spazio per l’innovazione o per mettere in discussione l’esistente, e quindi per una vera imprenditoria.

E non si può spingere una corda.

di Leonardo Baggiani, da Chicago-blog.it

link originale: http://www.chicago-blog.it/2010/09/29/studiare-per-lavorare-o-far-lavorare/

From → ECONOMIA

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