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Autolavaggi self-keynesiani. Una favola per spiegare il libero mercato.

14 ottobre 2010

Una storiella (basata su un aneddoto reale) su come un’impresa possa far bene da sè senza stimoli, benedizioni o regie da parte dello stato.

La coraggiosa tenzone dei nostri 2 contro i 100 (ora 200+) ha attirato l’attenzione sul fatto quotidiano nientemeno che del filosofo Gianni Vattimo. Il mostro sacro tra le altre cose scrive:

Se il liberismo – colpevole o meno che sia dell’attuale crisi – conduce diritto verso una sempre più insostenibile disuguaglianza di reddito, non sarebbe il caso di approfittare della crisi, se possibile, per invertire la rotta e ridiscutere i principi che hanno ispirato le politiche europee degli ultimi anni?

Posto che non ho competenze sufficienti per dare manforte ai nostri prof (che di aiuto non hanno bisogno), né autorità bastevole per rimbeccare un mostro sacro,  mi limito a fare quello che ogni tanto mi riesce dignitosamente, ossia inventare storie di fantasia dal tono vagamente ironico.

La favola

C’era una volta nel rigoglioso e decadente regno di Terronia, un paesotto senza infamia e senza lode di nome Fontamara. Era uno di quei comuni che, se non fosse per la benevolenza di Mamma Roma, sarebbe scivolato nella miseria più nera. La sacrosanta guida paternalistica del governo dispensava posti pubblici e pensioni d’invalidità e i fontamaresi davano per scontato che la crescita dell’economia dipendesse unicamente da quanto il governo aveva da spendere, così come credevano che l’alternarsi di espansioni e recessioni non fosse altro che il riflesso di quanto Pantalone aveva in tasca nel momento. Appagati da questo stato di cose, che li metteva al riparo da qualsiasi necessità d’iniziativa individuale o possibilità di competizione, i cittadini avevano un unico cruccio: la pulizia delle automobili nel fine settimana. Esistevano infatti due soli autolavaggi a mano, che erano immancabilmente affollati al sabato, al punto che a chi arrivava intorno all’ora di pranzo veniva rifiutato il servizio e doveva restare con l’auto sporca nel weekend.

Un giorno però, un certo Prometeo, nato a Fontamara, ma dalla mentalità un po’ diversa dai suoi compaesani per via di un certo blog che frequentava, decise di aprire un autolavaggio automatico, di quelli con le spazzolone rotanti. Quell’iniziativa non poteva sfuggire all’occhio vigile di Garantua Lillipuziani, direttore del periodico locale “Il corriere superfisso” (e anche professore di lettere al locale liceo, autore di libri auto pubblicati, assessore comunale alle varie ed eventuali, cultore della materia all’università di San Prepuzio e altre 22 cose indicate sulla sua pagina web). Lo speciale domenicale del giornale, parlava dei sussidi che si sarebbero resi necessari per i dipendenti degli autolavaggi a mano destinati al fallimento, dei danni arrecati alla collettività dal liberismo selvaggio che non regolamentava l’apertura dei nuovi esercizi commerciali e concludeva invocando un più incisivo intervento della politica per rendere la società più giusta.

Anche se poco ortodossa, questa non sarebbe una favola se non ci fosse un pizzico di magia. Gli autolavaggi a mano non fallirono per niente, l’unica cosa che sparì furono le auto sporche nel weekend che non avevano trovato posto nei lavaggi a mano. L’aspetto tuttavia più sorprendente fu che, alla faccia di quello che Lillipuziani insegnava nei suoi seminari di teoria neoluddista, l’innovazione nel lavaggio portò a un aumento dell’occupazione. Il nuovo autolavaggio, infatti, era automatico solo per l’esterno, perché la pulizia interna dei veicoli veniva effettuata da squadra di 8 persone, tipo pit stop di formula uno. Insomma la nuova impresa non solo soddisfava i clienti e non metteva fuori mercato i concorrenti, ma addirittura impiegava più personale delle altre.

La Morale della favola

La storia del nuovo autolavaggio, che per inciso è assolutamente vera, sembrerà banale a chi conosce un poco di economia. Mi è tuttavia sembrato opportuno riportarla perché è avvenuta nello stesso comune dove io ho contato l’apertura e successiva chiusura di almeno 22 negozi di abbigliamento a opera di giovani “imprenditori” che beneficiavano di finanziamenti a fondo perduto, prestiti d’onore e roba simile. Che dire? Forse certi teorici dell’intervento e policy makers dovrebbero farsi lavare l’auto di tanto in tanto (o più semplicemente guardarsi attorno).

Premesso doverosamente che non sono un vorace imprenditore che vuole arricchirsi alle spalle dei lavoratori, ma un dipendente (privato) tartassato che è un po’ stanco di devolvere la metà di quanto guadagna all’attività di autoconservazione di una certa casta politica (inclusi taluni che teorizzano l’uguaglianza, ma nella pratica sono più uguali degli altri) concluderei con qualche domanda alla quale Bob Dylan ha risposto parecchio tempo fa:

Per quanto ancora dovranno parlarci della disuguaglianza, prima di capire che non è quello il vero problema?

Quante porcate dovranno fare i politici, prima che sia chiaro che chi fa le parti, si sceglie sempre la parte migliore?

Quanta teoria economica è necessaria per capire che non si può  migliorare la condizione di chi sta peggio senza far crescere l’intera torta?

di Massimo Famularo, da noiseFromAmerika.org

link originale: http://www.noisefromamerika.org/index.php/articoli/Autolavaggi_self-keynesiani

 

From → ECONOMIA, POLITICA

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