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Le cause economiche della guerra.

9 ottobre 2010

La guerra è un’istituzione umana primitiva. Da tempo immemorabile, gli uomini desiderano combattersi, uccidersi e derubarsi l’un l’altro. Tuttavia, il riconoscimento di questo fatto non porta alla conclusione che la guerra sia una forma indispensabile di rapporti interpersonali e che gli sforzi per abolirla siano contro natura e quindi condannati al fallimento.

Possiamo, a vantaggio della discussione, accettare la tesi militarista per cui l’uomo è dotato di un innato istinto per combattere e distruggere. Tuttavia, non sono questi istinti e impulsi primitivi a costituire le caratteristiche dell’uomo. L’eminenza dell’uomo si trova nella sua ragione e nel potere di pensare, che lo distingue da tutte le altre creature viventi. E la ragione dell’uomo gli insegna che la cooperazione e la collaborazione pacifiche nell’ambito della divisione del lavoro è un modo più vantaggioso per vivere del conflitto violento.

Non voglio indugiare sulla storia della guerra. È sufficiente accennare che nel XVIII secolo,alla vigilia del capitalismo moderno, la natura della guerra era molto diversa da com’era stata nell’era della barbarie. I popoli non si combattevano più allo scopo di sterminare o di asservire gli sconfitti. Le guerre erano uno strumento dei capi politici e venivano combattute con eserciti comparativamente piccoli di militari di carriera, in gran parte composti da mercenari. L’obiettivo della guerra era determinare quale dinastia avrebbe governato un paese o una provincia. Le maggiori guerre europee del XVIII secolo furono guerre di successione reale, per esempio le guerre degli spagnoli, dei polacchi, degli austriaci ed infine per le successioni bavaresi. La gente ordinaria era più o meno indifferente ai risultati di questi conflitti. Non era granché interessata alla questione se il loro principe reggente fosse un Asburgo o un Borbone.

Nondimeno, queste continue lotte caricarono una pesante zavorra sull’umanità. Furono un serio ostacolo ai tentativi di raggiungere una maggiore prosperità. Di conseguenza, i filosofi e gli economisti del tempo rivolsero la loro attenzione allo studio delle cause della guerra. Il risultato della loro ricerca era il seguente:

in un sistema di proprietà privata dei mezzi di produzione e di libera impresa, con l’unica funzione del governo di proteggere gli individui dagli attacchi violenti o fraudolenti alla loro vita, salute, o proprietà, dove siano tracciate le frontiere di una qualsiasi nazione è irrilevante per i suoi cittadini. È di nessuna preoccupazione per chiunque se il suo paese è grande o piccolo e se conquista una provincia oppure no. I singoli cittadini non ottengono alcun profitto dalla conquista di un territorio.

È diverso per i principi o le aristocrazie di governo. Essi possono aumentare il loro potere ed i loro redditi di imposta ampliando le dimensioni dei loro regni. Possono trarre profitto dalla conquista. Sono bellicosi, mentre la cittadinanza è pacifica.

Quindi, concludevano i vecchi liberali, con un sistema di laissez-faire economico e di governo popolare non ci sarebbero più guerre. Le guerre diventerebbero obsolete perché le cause della guerra scomparirebbero. Fin dai secoli diciottesimo e diciannovesimo i liberali classici sono stati del tutto convinti che niente avrebbe potuto arrestare il movimento verso la libertà economica e la democrazia politica, erano certi che l’umanità si trovasse alla vigilia di un’epoca di pace imperturbata.

Ciò di cui c’era necessità per rendere il mondo sicuro per la pace, dicevano, era di implementare la libertà economica, il libero scambio e la benevolenza fra le nazioni, e un governo popolare. Voglio sottolineare l’importanza di entrambi questi requisiti: libero scambio nel paese e nei rapporti internazionali, e democrazia. L’errore fatidico della nostra epoca è consistito nel fatto che ha abbandonato il primo di questi requisiti, vale a dire il libero scambio, ed ha enfatizzato solo il secondo, la democrazia politica. In tal modo, la gente ha ignorato il fatto che la democrazia non può essere mantenuta permanentemente quando la libera impresa, il libero scambio e la libertà economica non esistono.

Il presidente Woodrow Wilson era assolutamente convinto che per rendere sicuro il mondo per la pace fosse necessario renderlo sicuro per la democrazia. Durante la prima guerra mondiale si credeva che, se soltanto si fosse potuto rimuovere dal potere la casa reale tedesca degli Hohenzollern e la privilegiata aristocrazia terriera tedesca, i Junkers, sarebbe stato possibile realizzare una pace duratura. Ciò che il presidente Wilson non vide era che all’interno di un mondo in cui l’onnipotenza del governo era in aumento questo non sarebbe stato sufficiente. In un tal mondo di crescente potere di governo, esistono delle cause economiche per la guerra.

Il cittadino trae profitto dalla conquista?

L’eminente pacifista britannico, sir Norman Angell, ripete di continuo che il singolo cittadino non può trarre alcun profitto dalla conquista di una provincia da parte della propria nazione. Nessun cittadino tedesco, dice sir Norman, ha ottenuto profitto dall’annessione dell’Alsazia-Lorena ad opera della sua nazione come conseguenza della guerra Franco-Prussiana del 1870-1871. Questo è abbastanza corretto. Ma questo aveva luogo nei giorni del liberalismo classico e della libera impresa. È un’altra cosa in questi tempi di interferenza del governo nel commercio.

Facciamo un esempio. I governi dei paesi produttori di gomma hanno formato un cartello per monopolizzare il mercato della gomma naturale. Hanno obbligato i piantatori a limitare la produzione per aumentare il prezzo della gomma molto oltre il livello che avrebbe raggiunto in un mercato libero. Questo non è un caso eccezionale. Molte derrate alimentari vitali ed essenziali e materie prime sono state soggette a simili politiche implementate dai governi in tutto il mondo. Hanno imposto la cartellizzazione obbligatoria a numerose industrie, come conseguenza di cui il loro controllo è stato spostato dalle mani degli imprenditori privati a quelle del governo. Alcuni di questi piani, è vero, sono falliti. Ma i governi coinvolti non hanno abbandonato i loro programmi. Bramano di migliorare i metodi applicati e sono sicuri che avranno più successo dopo l’attuale Seconda Guerra Mondiale.

Si fa un gran parlare al giorno d’oggi sulla necessità della pianificazione internazionale. Tuttavia, nessuna pianificazione, che sia nazionale o internazionale, è richiesta per far sì che i piantatori coltivino la gomma, il caffè e qualunque altro prodotto. Intraprendono la produzione di questi prodotti perché è il modo più conveniente per guadagnarsi la vita. La pianificazione a questo proposito si traduce sempre in azioni governative per la limitazione della produzione e l’istituzione di prezzi di monopolio.

In tali circostanze non è più vero che una nazione possa apparire non ottenere tangibile profitto da una guerra vittoriosa. Se le nazioni dipendenti dall’importazione di gomma, caffè, latta, cacao e di altri prodotti potessero obbligare i governi dei paesi produttori ad abbandonare le loro pratiche monopolistiche, migliorerebbero il benessere economico dei loro cittadini.

Menzionare questa situazione non implica una giustificazione per l’aggressione e la conquista. Dimostra soltanto quanto assolutamente in errore siano i pacifisti come sir Norman Angell, che basano i loro argomenti per la pace sul presupposto non specificato che tutte le nazioni ancora si ispirino ai principi della libera impresa.

Sir Norman Angell è un membro del Partito Laburista Britannico. Questo partito sostiene la socializzazione senza riserve del commercio. Ma i membri del partito laburista sono troppo ottusi per realizzare quali sarebbero le conseguenze economiche e politiche della socializzazione del commercio.

Il caso della Germania

Voglio spiegare queste conseguenze facendo riferimento, prima di tutto, alla situazione in Germania.

Come tutte le altre nazioni europee, la Germania è povera di risorse naturali. Non può nutrire né coprire la sua popolazione con le proprie risorse nazionali disponibili. I tedeschi devono importare enormi quantità di materie prime e di derrate alimentari e devono pagare queste importazioni di cui hanno un gran bisogno esportando prodotti finiti, la maggior parte dei quali realizzati con le materie prime importate. Sotto la libera impresa, la Germania si è adeguata brillantemente a questa circostanza. Sessanta o settant’anni fa, nei 1870 e nei 1880, la Germania era una delle nazioni più prospere. I suoi imprenditori sono riusciti estremamente bene nella costruzione di fabbriche molto efficienti. L’industria della Germania era la prima nel continente europeo. I suoi prodotti solcavano trionfalmente il mercato mondiale. I tedeschi – tutte le classi della popolazione tedesca – diventavano più prosperi di anno in anno. Non c’era motivo di alterare la struttura del commercio tedesco.

Ma alla maggior parte degli ideologhi tedeschi e degli autori politici, dei professori nominati dal governo e dei capi del Partito Socialista, come pure dei burocrati governativi, il sistema del libero mercato non piaceva affatto. Lo denigravano come capitalista, plutocratico, borghese e come occidentale ed ebreo. Deploravano il fatto che il sistema della libera impresa aveva incorporato la Germania nella divisione del lavoro internazionale.

Tutti questi gruppi e partiti politici volevano sostituire la libera impresa con l’amministrazione di governo del commercio. Volevano eliminare l’incentivo del profitto. Volevano nazionalizzare il commercio e sottometterlo agli ordini del governo. Questa è una cosa comparativamente facile in un paese che in genere può vivere nell’autosufficienza economica. La Russia, occupando la sesta parte delle terre emerse, può fare a meno di quasi tutte le importazioni dall’estero. Ma è diverso per la Germania. La Germania non può evitare le importazioni e conseguentemente deve esportare prodotti finiti. Questo è precisamente ciò che una burocrazia di governo non potrà mai realizzare. I burocrati possono fiorire soltanto in mercati interni protetti. Non sono fatti per competere sui mercati esteri.

Oggi, nella Germania nazista, la maggior parte della gente vuole che il governo controlli il commercio. Ma il fatto è che controllo statale del commercio e commercio estero sono incompatibili. Un commonwealth socialista deve puntare sull’autarchia. È qui che il nazionalismo aggressivo – chiamato un tempo pan-germanesimo, e oggi nazional-socialismo – fa la sua comparsa. Siamo una nazione potente, dicono i nazional-socialisti; siamo abbastanza forti per schiacciare tutte le altre nazioni. Dobbiamo conquistare tutti quei paesi le cui risorse sono essenziali per il nostro benessere economico. Abbiamo bisogno dell’autarchia e quindi dobbiamo combattere. Abbiamo bisogno di Lebensraum (spazio vitale) e di Nahrungs freiheit (libertà dalla scarsità di cibo).

Entrambi i termini significano la stessa cosa, la conquista di un territorio così grande e ricco di risorse naturali che i tedeschi potrebbero vivere senza alcun commercio estero ad un tenore di vita non più basso di quello di qualunque altra nazione. Il termine Lebensraum è abbastanza conosciuto all’estero. Ma il termine Nahrungs freiheit non lo è. Freiheit significa libertà; Nahrungs freiheit significa libertà da una situazione in cui la Germania è costretta ad importare derrate alimentari. È l’unica “libertà” che conta secondo i nazisti.

Sia i comunisti che i nazisti credono che l’essenza di ciò che essi intendono per democrazia, libertà e governo popolare si trova nell’instaurazione di un totale controllo di stato del commercio. Che si chiami questo sistema socialismo o comunismo o pianificazione è irrilevante. A prescindere da come lo si chiama, questo sistema richiede autosufficienza economica. Ma mentre la Russia può, generalmente, vivere nell’autosufficienza economica, la Germania non lo può fare. Di conseguenza una Germania socialista s’impegnerà in una politica di Lebensraum o di Nahrungs freiheit , in altre parole, una politica di aggressione.

Il perseguimento di un programma di controllo statale del commercio finirà per provocare un rifiuto della divisione del lavoro internazionale. Dal punto di vista della filosofia nazista, l’unico modo adeguato di condurre i rapporti internazionali è la guerra. I loro uomini più eminenti si inorgogliscono riportando una citazione di Tacito. Questo storico romano, quasi duemila anni fa, disse che i tedeschi consideravano una vergogna l’acquistare per mezzo del duro lavoro ciò che si potrebbe acquistare con un massacro. Non fu per caso se il kaiser Guglielmo II, nel 1900, elevò gli unni a modello per i suoi soldati. Era il rivestimento di una politica cosciente.

Dipendere dalle importazioni

La Germania non è l’unico paese europeo che dipende dalle importazioni straniere. L’Europa – a parte la Russia – ha una popolazione di circa 400 milioni di persone, più di tre volte la popolazione degli Stati Uniti continentali. Ma l’Europa non produce cotone, gomma, copra, caffè, tè, iuta e molti metalli essenziali. Ed ha una produzione sostanzialmente insufficiente di lana, foraggio, bestiame, carne, pellami e di molti cereali.

Nel 1937, l’Europa ha prodotto soltanto cinquantasei milioni di barili di petrolio, rispetto alla produzione degli Stati Uniti di 1.279 milioni di barili. Inoltre, quasi tutta la produzione europea di petrolio è situata in Romania ed in Polonia orientale. Ma come conseguenza della presente guerra, queste zone rientreranno sotto il controllo della Russia. La fabbricazione e l’esportazione di prodotti finiti sono gli elementi essenziali della vita economica europea. Tuttavia, esportare prodotti finiti è quasi impossibile sotto il controllo statale del commercio.

Tale è la dura realtà che nessuna retorica socialista può scongiurarla. Se gli europei vogliono vivere devono aderire agli sperimentati metodi della libera impresa. L’alternativa è guerra e conquista. I tedeschi l’hanno provata due volte ed hanno fallito in entrambi i casi.

Tuttavia, i gruppi politicamente più influenti in Europa sono lontano dal comprendere l’indispensabilità della libertà economica. In Gran Bretagna ed in Francia, in Italia ed in alcuni paesi più piccoli c’è un potente movimento per il completo controllo statale del commercio. L’argomento per la libertà economica è quasi una causa disperata con i governi di questi paesi. Il Partito Laburista Britannico e quei politici britannici che scorrettamente ancora lo chiamano Partito Liberale, vedono questa guerra non solo come lotta per l’indipendenza della loro nazione, ma anche come niente di meno che una rivoluzione per l’instaurazione del controllo statale del commercio. Il terzo partito britannico, il Partito Conservatore, generalmente simpatizza per questi tentativi. I britannici vogliono sconfiggere Hitler, ma vogliono adottare i suoi metodi economici nel loro paese. Non sospettano che il socialismo di stato in Gran Bretagna vuol dire rovina delle masse britanniche. La Gran Bretagna deve esportare prodotti finiti per comprare materie prime e derrate alimentari dall’estero. Ogni calo nelle esportazioni britanniche abbassa il tenore di vita delle masse britanniche.

Le condizioni in Francia e Italia e nella maggior parte degli altri paesi europei sono simili a quelle in Gran Bretagna.

Nel fornire al consumatore domestico vari beni necessari un governo socialista è sovrano. Il cittadino deve prendere quello che il governo gli dà. Ma la cosa è diversa con una qualsiasi esportazione. I consumatori stranieri comprano solo se sia la qualità che il prezzo del prodotto offerto sono interessanti per lui. In questa arena internazionale dei servizi per i consumatori stranieri, il capitalismo ha mostrato la sua superiore efficienza ed adattabilità. L’alto livello del benessere economico e civilizzazione nell’Europa prebellica non era il risultato delle attività degli uffici e delle agenzie di governo. Era il successo della libera impresa. Quelle macchine fotografiche e quei prodotti chimici tedeschi, quei tessuti britannici, quei vestiti, i cappelli e i profumi di Parigi, quegli orologi svizzeri, e quei lussuosi prodotti in pelle di Vienna non erano il prodotto di fabbriche controllate dal governo. Erano il prodotto dell’infaticabile impegno degli imprenditori per il miglioramento della qualità e l’abbassamento dei prezzi delle loro mercanzie. Nessuno è così spavaldo da supporre che un ente governativo potrebbe sostituire con successo gli imprenditori privati in questa funzione.

Il commercio estero privatamente condotto è un affare privato fra aziende private di diversi paesi. Se ne risulta qualche disaccordo, è un conflitto fra aziende private. Non provocano conflitti nei rapporti politici fra le nazioni. Interessano un sig. Meier e un sig. Smith. Ma se il commercio estero è una questione governativa, tali conflitti si trasformano in problemi politici.

Supponete che il governo olandese preferisca comprare il carbone dalla Gran Bretagna piuttosto che dalla Ruhr tedesca. Allora i nazionalisti tedeschi potrebbero pensare, perché tollerare un simile comportamento da parte di una piccola nazione? Al Terzo Reich sono bastati precisamente quattro giorni per frantumare le forze armate dei Paesi Bassi nel 1940. Riproviamoci! Dopo godremo di tutti i prodotti dei Paesi Bassi, ma senza doverglieli pagare.

“Equa” distribuzione delle risorse

Analizziamo la richiesta frequentemente espressa dagli aggressori nazisti e fascisti per una nuova ed equa distribuzione delle risorse naturali in tutto il globo. In un mondo di libera impresa, un uomo che desideri bere del caffè, e non è egli stesso un coltivatore di caffè, lo dovrà pagare. Che sia un tedesco o un italiano o un cittadino della Repubblica della Colombia, dovrà rendere qualche servizio al suo prossimo, guadagnarsi un reddito e spenderne una parte per il caffè che desidera. Nel caso di un paese che non produca caffè all’interno dei suoi confini, questo significa esportare merci o risorse per pagare il caffè importato. Ma i signori Hitler e Mussolini non pensano ad una tale soluzione per il problema. Quello che vorrebbero è annettersi un paese produttore di caffè. Ma visto che i cittadini della Colombia o del Brasile non sono entusiasti di diventare schiavi dei nazisti tedeschi o dei fascisti italiani, questo significa guerra.

Un altro esempio notevole è fornito dal caso dell’industria del cotone. Per più di cento anni, una delle principali industrie di tutti i paesi europei era la filatura del cotone e la fabbricazione di merci in cotone. L’Europa non coltiva alcun cotone. Il suo clima è sfavorevole. Ma la fornitura è sempre stata sufficiente, con l’unica eccezione degli anni durante la guerra civile americana nei 1860, quando il conflitto interruppe il rifornimento di cotone dagli stati meridionali. I paesi industriali europei acquistavano abbastanza cotone non solo per le esigenze del loro consumo domestico, ma anche per una considerevole esportazione di prodotti in cotone.

Ma negli anni appena precedenti l’inizio della Seconda Guerra Mondiale, le circostanze sono cambiate. C’era ancora un ampio rifornimento di cotone grezzo sul mercato mondiale. Ma il sistema dei controlli del cambio estero adottato dalla maggior parte dei paesi europei ha impedito agli uomini d’affari privati di comprare tutto il cotone di cui avevano bisogno per i loro processi di produzione. Il contributo di Hitler al declino dell’industria tedesca del cotone è consistito nella limitazione della produzione che ha provocato il licenziamento di gran parte della manodopera. Hitler non si è preoccupato molto per il destino di questi operai scaricati. Li ha mandati a lavorare, invece, nelle fabbriche di munizioni.

Come ho già precisato, non ci sono cause economiche per l’aggressione armata all’interno di un mondo di libero scambio e di libera impresa. In un mondo simile, nessun singolo cittadino può trarre alcun vantaggio dalla conquista di una provincia o di una colonia. Ma in un mondo di stati totalitari, molti cittadini possono giungere a credere in un miglioramento del loro benessere materiale dall’annessione di un territorio ricco di risorse. Le guerre del ventesimo secolo sono state, si può esserne certi, guerre economiche. Ma non sono state causate dal capitalismo, come i socialisti ci vorrebbero far credere. Sono guerre causate da governi che puntano alla totale onnipotenza politica ed economica e sono state sostenute dalle masse fuorviate di questi paesi.

Le tre principali nazioni aggredenti in questa guerra – la Germania nazista, l’Italia fascista e il Giappone imperiale – non raggiungeranno i loro scopi. Sono state sconfitte e lo sanno già. Ma possono riprovarci in data futura, perché la loro falsa filosofia – la loro dottrina totalitaria – non conosce alcun altro metodo per provare a migliorare le condizioni materiali del popolo tranne la guerra. Per il totalitario, la conquista è l’unico mezzo politico possibile di raggiungere i suoi scopi economici.

Mentalità economica

Non dico che tutte le guerre di tutte le nazioni ed in tutte le età sono state motivate da considerazioni economiche, cioè dal desiderio di arricchire gli aggressori a scapito degli sconfitti. Non abbiamo bisogno di studiare le cause originarie delle crociate o delle guerre religiose dei secoli XI e XVII. Quello che voglio dire è che, nella nostra epoca, le grandi guerre sono state il risultato di una mentalità economica specifica.

La Seconda Guerra Mondiale non è certamente una guerra fra i bianchi e le razze di colore. Nessuna differenza razziale separa i britannici, gli olandesi ed i norvegesi dai tedeschi, o i francesi dagli italiani, o i cinesi dai giapponesi. Non è una guerra fra cattolici e protestanti. Dopo tutto, ci sono cattolici e protestanti in entrambi gli schieramenti belligeranti. Non è una guerra fra la democrazia e la dittatura. Il diritto di alcune delle Nazioni Unite (la Russia Sovietica in particolare) alla definizione “democratica” è piuttosto discutibile. Dall’altro lato, la Finlandia (che è alleata con la Germania nazista) è un paese con un governo democraticamente eletto.

La mia affermazione che le guerre recenti sono state motivate da considerazioni economiche non intende essere una giustificazione delle politiche dell’aggressore. Visto come mezzo per il raggiungimento di determinati benefici economici, la politica di aggressione e conquista è controproducente. Anche se tecnicamente riuscita a breve termine, nel lungo periodo non raggiungerebbe mai gli scopi a cui gli aggressori mirano. Nelle condizioni dell’industrialismo moderno, non ci può essere questione su un sistema sociale quale i nazisti progettano con lo pseudonimo di “Nuovo Ordine.” La schiavitù non è un metodo per le società industriali. Se i nazisti avessero conquistato i loro avversari, avrebbero distrutto la civilizzazione e riportato la barbarie. Certamente non avrebbero eretto un Nuovo Ordine millenario, come Hitler aveva promesso.

Quindi, il problema principale è come evitare nuove guerre. La risposta non può trovarsi nell’instaurazione di una migliore Lega delle Nazioni; né è una questione di istituzione di un migliore Tribunale Mondiale, e nemmeno nell’implementazione di una Forza di Polizia Mondiale. La questione reale è di rendere tutte le nazioni – o almeno le nazioni più popolate del mondo – pacifiste. Questo può essere realizzato solo tornando alla libera impresa.

Se vogliamo abolire la guerra, dobbiamo rimuovere le cause della guerra.

Il grande idolo del nostro tempo è lo Stato. Lo Stato è un’istituzione sociale necessaria, ma non dovrebbe essere divinizzata. Non è un dio; è uno strumento di uomini mortali. Se lo rendiamo un idolo, dovremo sacrificargli il fiore della nostra gioventù nelle guerre che verranno.

Ciò che è necessario per realizzare una pace duratura è molto di più di nuovi uffici e di una nuova corte per la Lega delle Nazioni a Ginevra, o persino di una nuova forza di polizia internazionale. Ciò che è necessario è un cambiamento nelle ideologie politiche e il ritorno ad un sano sistema economico di mercato libero.

di Ludwig Von Mises Institute, da Mises.org

link originale: http://mises.org/daily/2949

articolo preso da La Voce del Gongoro:  http://gongoro.blogspot.com/2008/05/le-cause-economiche-della-guerra.html

From → Mises, POLITICA

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