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Clemenceau e Friedman

8 ottobre 2010

Milton Friedman, parafrasando Clemenceau, sosteneva che “la politica monetaria è troppo importante per lasciarla ai banchieri centrali”. La sua tesi era basata su considerazioni che allora apparivano paradossali ma che oggi con un attimo di riflessione sembrano quasi scontate. La prima è la tesi, tipica di tutti i liberali da sempre, dell’importanza dell’accountability, della responsabilità diretta di chi prende decisioni. Libertà e responsabilità sono la stessa cosa: chi non è libero non può essere considerato responsabile, chi non è responsabile non merita di essere libero. Una persona non eletta dal popolo e che risponde solo a Dio del suo operato non può essere titolare di decisioni che hanno conseguenze enormi. Per questo era convinto che l’optimum sarebbe l’abolizione delle Banche centrali. Quando rifiutai di fare il segretario generale della Nato mi mandò una mail di complimenti: “hai dato prova di coraggio morale, quella non è una carica elettiva”!
La seconda tesi era la più nota: quasi solo la politica monetaria ha conseguenze sulla domanda globale, sul reddito monetario. La politica di bilancio si limita a mutare la composizione del reddito, spostandone una parte dal settore privato a quello pubblico, ma non influisce sul suo livello complessivo. Affidare, quindi, un potere enorme a persone che nessuno ha eletto gli ripugnava. Finì con l’optare per una soluzione alternativa più moderata: la crescita a tasso costante della massa monetaria e la flessibilità del tasso di cambio.
Quest’ultimo aspetto della teoria di Friedman è il meno compreso, malgrado le innumerevoli, inconfutabili prove a suo sostegno, ed è al centri del dibattito in questi giorni. Vediamo di chiarire, ricorrendo a una breve premessa.
E’ convinzione diffusa che sia nell’interesse di un paese avere un saldo attivo nei suoi conti con l’estero e una sciagura avere un passivo. La tesi è talmente radicata nella testa della gente, almeno dai secoli del mercantilismo, che metterla in dubbio appare assurdo. Tuttavia, se fosse vera dovremmo concludere che il commercio internazionale è un gioco a somme zero: i vantaggi di chi guadagna (i paesi con un surplus) sono identici a quelli dei paesi che ci rimettono (quelli in deficit. Se questa fosse la conclusione perverremmo all’ulteriore conseguenza che tutti paesi devono cercare di realizzare un attivo. Ma se tutti vogliono vendere agli altri e nessuno vuole comprare, il commercio finirebbe. Per vendere, infatti, ci vuole un compratore: se tutti vogliono vendere, in assenza di compratori, nessuno può vendere.
Non basta: siamo anche certi che sia nell’interesse nazionale avere un attivo nei conti con l’estero? Non è così: chi vende al resto del mondo più di quanto non acquisti riduce il reddito reale dei suoi cittadini, perché quanto dà agli altri paesi vale più di quanto riceva. La differenza oggi è rappresentata da cambiali di uno stato che finiscono nelle riserve ufficiali dello stato in attivo. Quest’ultimo ha cioè scambiato beni e servizi di valore in cambio di pezzi di carta (soprattutto dollari) che non rendono alcunché e che possono perde di valore. Bell’affare!
Non è vero che sarebbe nell’interesse del resto del mondo se la Cina rivalutasse la propria moneta, sarebbe nell’interesse dei cinesi se Pechino consentisse alla sua moneta di raggiungere il suo valore di equilibrio in risposta alla domanda ed all’offerta internazionale; e prima o poi sarà il mercato a costringere i governanti cinesi a vedere la luce.
C’è una sola eccezione a quanto detto prima: quando un paese utilizza le sue risorse (lavoro e capitale) in misura inadeguata, sarebbe utile se la sua moneta perdesse valore sul mercato dei cambi, perché questo stimolerebbe le esportazioni e rimetterebbe in attività il lavoro e il capitale sottoutilizzati. All’UE converrebbe, quindi, un euro meno forte per stimolare l’economia europea. Significa questo che la Bce dovrebbe attivarsi, magari con una politica monetaria espansiva, per far diminuire il valore dell’euro sul mercato dei cambi? Certamente no, se cercasse di farlo, con ogni probabilità produrrebbe solo disastri. La Bce deve astenersi dall’adottare decisioni ispirate a influire sul cambio dell’euro e limitarsi rigorosamente a tutelare la stabilità monetaria interna, esattamente come previsto dai Trattati europei. Anche Trichet non è stato eletto da nessuno e non risponde a nessuno delle sue decisioni. Si limiti a essere, per quanto può, un umile esecutore, realizzando l’auspicio di Keynes che riteneva ideale che gli attori di scelte di politica economica avessero la competenza di un buon odontotecnico.

di Antonio Martino, da ilblogdiantoniomartino.blogspot.it

link originale: http://ilblogdiantoniomartino.blogspot.com/2010/10/clemenceau-e-friedman.html

From → ECONOMIA, POLITICA

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