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Lezioni dalla Danimarca, dove la flessibilità nel lavoro non è precarietà e conviene pure

5 ottobre 2010

Ultimamente, ho deciso di lavorare per un’agenzia di lavoro interinale qui in Danimarca. Nonostante abbia calcolato bene quanto mi sarebbe servito per finire il master qui, ho sentito la necessità di lavorare per un po’. Principalmente, la spinta è venuta dal vedere molti ragazzi dell’Est Europa lavorare per mantenersi gli studi.

La mia impressione è stata molto positiva e, tornassi indietro, lavorerei tutto l’anno che son stato qui a studiare. A conti fatti, per mantenersi completamente sono sufficienti circa 2 giorni di lavoro a settimana con turni di 6/8 ore. Con questo ci si paga tutto, dai libri, alle uscite serali, fino all’affitto.
Com’è possibile tutto ciò? Ecco, tutto ciò è possibile grazie al “precariato”. Quando si comincia a fare questo tipo lavori, qui si chiamano “student jobs”, diventa subito chiaro che essere precari è una forma di garanzia anche per se stessi. Difatti, se si viene chiamati perché c’è del lavoro, si può benissimo rifiutare senza alcuna spiegazione e l’azienda richiamerà al prossimo lavoro. Praticamente, una manna per gli studenti.

Si dirà che tutto ciò funziona finché si ha una certa sicurezza, genitori o risparmi, che aiuti nei momenti in cui non c’è lavoro. Il punto è che la sicurezza di questo sistema è proprio nel precariato (uso un termine in voga in Italia, perché in Danimarca il precariato non è precariato, è vera flessibilità). Se questo modo di lavorare viene adottato da tutte le aziende, o da grossa parte di essa, ci saranno sempre moltissime posizioni disponibili. Sia chiaro, qui si parla di lavori manuali e mai troppo interessanti (io ho lavorato in una tipografia che stampa quotidiani e in un magazzino di giocattoli per dire), ma è un ambiente ottimo per uno studente che non possa contare sulla propria famiglia per finanziarsi gli studi. Il famoso ricatto, argomento spesso tirato in ballo in tema di lavoro, diventa quasi un non problema, perché se si viene estromessi da un lavoro, se ne trova un altro abbastanza facilmente. La vera competizione la si gioca per trovare lavori con stipendi più alti, ore settimanali fisse e più stimolanti.

Immagino già due tipi di critica a questa esperienza: studenti in balia dei datori di lavoro e studenti ridotti a fare lavori manuali che non gli competono. Alla prima obiezione ho già risposto sopra. Di ricatti non ce ne sono, perché la flessibilità/precariato fa in modo che si possa passare da un lavoro ad un altro facilmente. Alla seconda rispondo semplicemente che si tratta di una questione puramente mentale e culturale. Qui in Danimarca mi hanno chiaramente chiesto ad un colloquio in una grossa azienda se svolgevo student jobs e come mi pagavo gli studi e, credetemi, è estremamente negativo dire che si sta solo studiando e che pagano i genitori. Qualsiasi lavoro precario, dal raccogliere la frutta al pulire gli alberghi, è meglio del solo studiare.

Un’altra critica che immagino sorgere è quella che riguarda i “veri” lavoratori. Quelli che non stanno studiando, bisogna precarizzare anche loro? Mi viene spontaneo dire che non siamo noi a dover decidere. Il punto del sistema lavorativo danese è proprio quello, si cerca di dare possibilità di scelta sia al lavoratore che al datore di lavoro. Se il lavoratore cerca posizioni non precarie e meglio pagate, allora si adopererà per competere in quel tipo di mercato. Se cerca solo lavoretti da fare quando può, si adopererà per competere in un mercato del lavoro più flessibile, tutto qui.

Qualcuno potrebbe ancora dire che così facendo si corre il rischio di precarizzare tutti, anche chi precario non è. Per quel che ho visto, qui in Danimarca, le aziende tendono ad assumere molto più facilmente che in Italia. Per un semplice, banale, motivo: è molto più facile licenziare. Il datore di lavoro non rischia di rimanere intrappolato “per legge” in un contratto di lavoro.
Dov’è, allora, che le aziende danesi usano i precari? Di solito per lo svolgimento di mansioni a basso valore aggiunto: pulizie, scarico e spostamento merci ecc.  Difficilmente si vedrà un’azienda domandare lavoro precario per lo svolgimento di mansioni più complesse. Questo per un altro semplice, banale, motivo: le mansioni complesse richiedono formazione. Un datore di lavoro non può permettersi di formare ogni giorno lavoratori diversi (precariato è precariato per lavoratore e datore). E qui il cerchio si chiude e la palla passa ai lavoratori. Il vero centro di tutto, qui è il lavoratore. E’ lui che decide, è lui che crea le proprie competenze in base a ciò che vuol fare. Le aziende, dall’altro lato, cercano di selezionare personale capace per le mansioni complesse e personale economico e flessibile per quelle più semplici.

A me sembra un ottimo esempio di funzionamento del libero mercato. Mi sembra anche un’importante lezione da apprendere: i lavoratori competono e per competere devono formarsi. Esattamente cose che nei discorsi sul mercato del lavoro in Italia non si sentono mai.

di Alessio Civitillo, da Libertiamo.it

link originale: http://www.libertiamo.it/2010/10/05/lezioni-dalla-danimarca-dove-la-flessibilita-nel-lavoro-non-e-precarieta-e-conviene-pure/

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