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Michele Boldrin ospite al convegno di Confindustria illustra il suo punto di vista sulle riforme più urgenti di cui l’Italia ha bisogno.

30 settembre 2010

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Il professor Michele Boldrin invitato da Confindustria, è intervenuto al convegno (24 e 25 settembre) “Occupazione e competitività. Le proposte di Confindustria per crescere, adesso”. Qui il link all’audio integrale.

Le riforme di cui si parla in Italia sono tutte molto ovvie. Noto che tutti da vent’anni ripetono le stesse cose, ma non si fanno mai. C’è un fenomeno di dissonanza cognitiva, cioè vi prendete un po’ per i fondelli in questo Paese”.

A parte queste parole con cui Boldrin si prensenta agli industriali, vediamo di riassumere il contenuto del suo intervento, volto ad individuare i punti di riforma più urgenti.

I due punti di partenza da tenere sempre ben presenti sono:

  1. per attuare le riforme non è necessario spendere.E’ sufficiente, al più, trasferire della spesa da  “x” ad  “y”,
  2. l’unica possibilità per abbassare le tasse è tagliare la spesa. Ed è indispensabile, per la credibilità dell’azione, indicare prima le voci di spesa pubblica da decurtare (lo era già prima della crisi, figuriamoci adesso!)

Posto questo, Boldrin ci avverte che tra i tutti i problemi, quello più drammatico è sicuramente il sistema di istruzione e valorizzazione del capitale umano.

Il primo commento riguarda i recenti provvedimenti del Ministro Gelmini e le conseguenti proteste (tra cui quelle attuali dei ricercatori). Hanno torto entrambe le parti:l governo (o meglio Tremonti) fa una follia ad abbassare la spesa per l’istruzione e la ricerca, che in relazione al reddito è nella media europea e mondiale, per la sua rilevanza strategica per il futuro del Paese, mentre i ricercatori protestano per unmotivo sbagliato, come evidenziava Giulio Zanella un paio di giorni fa.

Semmai il problema di fondo è come si spende, cioè “orrendamente male”, come testimonia “il declino progressivo del sistema scolastico dalle elementari all’università” (date un’ occhiata qui) e come risulta da tutti gli indicatori oggettivi. A chi è solito dire che ciò non è vero e che anche noi abbiamo le eccellenze, Boldrin fa osservare che queste eccellenze sono tre; anzi erano tre, visto che due stanno male ed una è moribonda.

La causa di questo declino è da ricercare nell’organizzazione del sistema. Non esiste alcun incentivo a far bene, per nessuno. Questo perchè a parole tutti elogiano la meritocrazia, ma poi nei fatti non accettano le conseguenze, che un sistema basato sul merito comporta, così riassumibili: chi è bravo vince, ma chi non è bravo o è fannullone perde.

A questo punto Boldrin si scalda e lancia una dichiarazione molto forte: “Io credo che metà, minimo, della docenza italiana universitaria dovrebbe essere mandata a casa”. Al che l’intervistatore, Dario Laruffa, giornalista del Tg2 e professore universitario, chiede con il tono di che ha trovato la falla nel disegno perfetto: “Scusi, e chi decide chi deve essere cacciato? Perchè questo è un problema..“. Evidentemente immaginare un sistema che non sia di stampo statalista e centralista risulta alquanto difficile ai più degli italiani.

Boldrin comunque risponde in modo secco quasi stizzito: “Il Mercato, ma il mercato quello vero”. Il problema non è tra privato e pubblico, ma tra mercato e non mercato. In California  il sistema universitario è fondamentalmente pubblico (85% degli studenti), e le università che ne fanno parte siano veramente autonome. Funzionano come delle fondazioni: non fanno profitti, decidono le tasse, cercano donazioni, si finanziano attraverso la ricerca.

Per esempio il reddito della UCLA è composto per il 20% di fondi statali (direttamente proporzionali al numero di studenti), 30% di tasse pagate dagli studenti (5/6 mila dollari, ma variano a seconda dell’università: “alla Cal. State Long Beach si pagano 2000 dollari di tasse e la qualità è più o meno la stessa della Sapienza di Roma”), il restante 50% da donazioni private (tipico della tradizione anglosassone) e dai profitti della ricerca. E, come logica conseguenza della concorrenza tra atenei, i professori vengono pagati in base al merito: nel sistema statale californiano il rapporto di stipendio per ora insegnata tra il professore di Economia più pagato e un professore tipico è di 12.

Boldrin deve dire una cosa di destra ed una di sinistra.

La cosa di “destra” è la riforma del sistema di contrattazione del mercato del lavoro italiano:

  • eliminazione della dualità (ne abbiamo parlato qui a Riecho Blog)
  • creazione di criteri minimi che i contratti tra le parti devono soddisfare, cui affiancare la parte economica da lasciare alla contrattazione aziendale.

La cosa di “sinistra” è la liberalizzazione brutale del sistema dei servizi, tutti.

Sulla crisi: non è vero che “però stiamo meglio degli altri”. E non è vero non solo perchè la crisi si è fatta sentire più in Italia che altrove, ma perché l’Italia sta peggio degli altri da 15 anni, come minimo.

Per finire un elenco delle riformezero cost“, cioè basate su una redistribuzione della spesa pubblica:

  • riforma del sistema pensionistico, con la redistribuzione dalle pensioni degli anziani a quelle dei giovani.
  • riforma della scuola e dell’università, con la redistribuzione delle risorse da chi non fa a chi fa.
  • riforma del sistema fiscale, passando da una tassazione sui fattori dinamici come reddito, lavoro ad una tassazione sulle cose. (leggere a proposito Piercamillo Falasca su Libertiamo.it)

Fare queste riforme è facile. Se queste riforme vengono promesse e mai attuate il motivo certamente non risiede nella difficoltà di attuarle, ma nel loro costo politico. Vengono rimandate per l’assenza di una volontà politica forte, che con lungimiranza faccia il bene per il futuro del Paese infischiandosene del consenso politico di breve periodo. Esattamente ciò che non accadrà con questa classe dirigente.

di Riecho blog




From → ECONOMIA, POLITICA

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