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L’imprenditore alzi la testa una volta per tutte.

30 settembre 2010

Le trattative in merito alla modifica delle leggi sul lavoro trovano, da parte sindacale (lo ha dimostrato anche la cronaca recente), feroci resistenze motivate da  una chiusura ideologica (lo sciopero generale spagnolo di oggi è emblematico) e, di fatto, dal rifiuto pregiudiziale a parlare di questo argomento. In pratica, così, siamo prigionieri di una ideologia se (sebbene minoritaria nel mondo) riesce ad imporre la propria volontà in virtù di leggi ottenute con il ricatto di scioperi ed agitazioni di piazza.

In tal modo, le ragioni di noi imprenditori e di quanti credono nel mercato vengono del tutto ignorate.

Fino ad oggi gli imprenditori hanno collocato al primo posto, sempre, l’esigenza di mantenere ottimi rapporti all’interno del mondo del lavoro, condizione indispensabile per un buon andamento produttivo. Ma alla fine ciò ci ha portato ad accettare contratti e regole che, in situazioni di altro tipo, non avremmo mai subito.

Abbassando continuamente la testa e subendo i continui ricatti delle corporazioni sindacali abbiamo finito per dare alla Triplice il potere di definire nei minimi dettagli la vita delle aziende. I sindacalisti, d’altra parte, sono dominati dalla passione di regolare il modo di vivere degli altri (imprenditori e lavoratori) e poco importa, a loro, se questo significa infrangere le libertà personali. Una domanda, però, sorge spontanea: in assenza di paletti, dove mai si fermeranno questi signori? Quando si ledono le libertà altrui è facile iniziare, ma il difficile poi è fermarsi.

Nei decenni scorsi, una classe politica pavida e spesso anche complice (quanti uomini politici hanno usato il sindacato come trampolino di lancio per una fulgida carriera politica?) ha prodotto una marea di leggi, regolamenti, disposizioni, circolari. Il risultato di tutto ciò è che l’imprenditore è oggi prigioniero di una burocrazia irresponsabile, capace solo di imporre sanzioni ed ostacolare chi vuole lavorare e produrre ricchezza. Siamo così avvolti in una ragnatela normativa che, anziché favorire la pacifica convivenza fra le persone, impone modi e stili di vita che dovrebbero invece essere il frutto della libera scelta individuale. Da qui viene anche una tendenza sempre più diffusa al conformismo.

Viviamo da sudditi di uno Stato che ci toglie ben oltre la metà di quanto produciamo e ci impone oltre 200 mila leggi ed una miriade di regolamenti (molti assurdi e iniqui). In più dobbiamo pure subire gli arbitrii di sindacati, funzionari e magistrati che possono disporre di noi e dei nostri diritti come a loro meglio piace. Tutti gli uomini politici ci parlano di “democrazia” ma, in realtà, siano quasi degli schiavi e loro sono i nostri padroni.

Chi ha detto, però, che senza i signori dei partiti e senza il monopolio di una classe politico-burocratica (e sindacale) parassitaria non sarebbe possibile vivere in pace, lavorando onestamente, coltivando i propri ideali e perseguendo i propri obiettivi nel rispetto di quelli degli altri? Io credo che – se solo gli uomini liberi si impegnassero nella tutela dei loro diritti – questa moderna schiavitù potrebbe essere vinta e che già esista una via d’uscita.

Come ebbe a dire Luigi Einaudi, nella nostra società vi sono “milioni di individui che lavorano, producono e risparmiano nonostante tutto quello che lo Stato inventa per molestarli, incepparli, scoraggiarli. È la vocazione naturale che li spinge: non soltanto la sete di denaro. Il gusto, l’orgoglio di vedere la propria azienda prosperare, acquistare credito, ispirare fiducia a clientele sempre più vaste, ampliare gli impianti, abbellire le sedi, costituiscono una molla di progresso altrettanto potente che il guadagno”. Questa voglia di fare e costruire deve essere orientata verso la trasformazione anche delle istituzioni.

Dobbiamo tutti impegnarci, insomma, perché lo Stato cambi strada, smettendo di continuare a salassare i propri cittadini con manovre fiscali (ovvero, altre tasse). Al contrario, è indispensabile che si blocchino gli aumenti dei dipendenti pubblici (abbiamo, tra l’altro, i giudici più pagati d’Europa!) e che non si destinino più, come invece è stato fatto anche di recente, 35 mila miliardi di lire al finanziamento di quel settore amministrativo che arreca più ostacoli che aiuti all’economia reale del Paese.

L’ideale autenticamente liberale che noi imprenditori dovremmo cercare di realizzare è quello di uno Stato che si occupasse solo di liberalizzare i commerci, evitando di creare nuove leggi, nuovi regolamenti restrittivi e nuove direttive spesso minuziose che limitano pesantemente le libertà delle persone.

Ma il pericolo maggiore in campo sindacale viene dall’Europa

L’Europa che sindacati e politici di sinistra vogliono costruire prevede infatti la negazione di ogni aspirazione liberale e federalista. Si vuole ottenere un vastissimo territorio, l’intera Europa, governato da una sola legge e da un solo governo, con regole imposte dall’alto da persone lontane dai bisogni giornalieri dei cittadini. Praticamente i sindacati puntano ad un unico contratto collettivo europeo, mentre al contrario bisognerebbe puntare a contratti regionali o meglio ancora aziendali, più modellati sulle caratteristiche del territorio e dell’impresa.

La sensazione è che ormai sia facilissimo, per politici e giornalisti, mobilitare a proprio modo l’opinione pubblica: con il risultato che i talebani del sindacalismo di piazza e dello statalismo selvaggio rischiano di continuare ad indottrinare le giovani generazioni, dopo aver già fatto tanti danni in passato.

Per tutte queste ragioni è necessario che gli imprenditori riscoprano l’orgoglio della loro professione. Se l’Italia è la sesta o settima nazione più sviluppata al mondo non è certo per merito dei nostri politici o sindacalisti. I risultati che abbiamo conseguito li abbiamo ottenuti non grazie a loro, ma nonostante la loro azione.

Nel dopoguerra l’Italia ha avuto successo in virtù dell’ingegnosità degli industriali e della serietà dei lavoratori, oltre che dello spirito di collaborazione che – di fatto – ha quasi sempre regnato nelle fabbriche e negli uffici. Nonostante tasse altissime e regole assurde, il nostro Paese ha lasciato alle spalle la miseria, e certo le cose sarebbe molto migliori anche al Sud se l’ottusità sindacale non avesse preteso di imporre salari uniformi in tutto il territorio nazionale!

Malgrado uno Stato ridicolo e malgrado una dirigenza sindacale del tutto irresponsabile, gli imprenditori hanno guidato la nostra società verso risultati eccezionali. Di questo dobbiamo essere fieri e pere questo, ora, dobbiamo reagire.

In primo luogo, è inammissibile che si continui ad additarci quali sfruttatori della società, dato che invece abbiamo dato un importante contributo e quindi abbiamo il diritto di vedere accolte le nostre ragioni.

In secondo luogo, dobbiamo chiaramente dire che se i lavoratori hanno il diritto di interrompere il loro lavoro (scioperando), noi rivendiamo un analogo diritto e quindi dobbiamo prepararci ad abbassare le nostre saracinesche e chiudere i nostri cancelli, se questo può essere utile a far valere le nostre ragioni. Se i lavoratori ricorrono allo sciopero, noi dobbiamo essere pronti a ricorrere alla serrata.

Terzo punto, dobbiamo tornare per strada. Come già è avvenuto in passato in occasione della marcia contro il fisco e di quella dei quadri aziendali, ritengo che si debba radunare per strada molte migliaia di uomini liberi. Gli imprenditori devono essere pronti a sfilare in silenzio per le vie di una grande città e a dare in tal modo una pubblica testimonianza del loro orgoglio e della loro determinazione a difendere i propri diritti.

Quarto e ultimo punto, è ormai necessario che dalle imprese provenga la richiesta di abolire la legge che ci impone di effettuare le trattenute sindacali. Noi siamo imprenditori, industriali, artigiani, commercianti: non siamo esattori del sindacato e non dobbiamo più essere compiacenti verso leggi vergognose prodotte dalla partitocrazia italiana negli anni della peggiore spartizione del Paese.

Mi auguro che leggerà con attenzione questa mia lettera e che, assieme ai suoi collaboratori, saprà trarre da questo testo qualche utile suggerimento. Gli imprenditori devono rialzare la testa, devono riacquistare un loro spazio nella società, devono rivendicare il loro diritto naturale a produrre e a stipulare liberamente accordi e contratti. Ne va del nostro futuro e di quello dei nostri figli.

Se condividete queste riflessioni fate conoscere questo scritto, ai vostri amici, clienti fornitori, mettendo pure il vostro nome, e cancellando il mio.

di L’IMPRENDITORE,  da Movimentolibertario.it

link originale: http://www.movimentolibertario.it/index.php?option=com_content&view=article&id=8907:limprenditore-alzi-la-testa-una-volta-per-tutte&catid=1:latest-news

From → ECONOMIA, POLITICA

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