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Ricercatori, una proposta: chi ci sta?

24 settembre 2010

Riassunto dei fatti rilevanti

I ricercatori universitari sono da mesi mobilitati contro il DDL Gelmini per la riforma dell’università e contro la riduzione dei trasferimenti del governo alle università pubbliche (i “tagli”, insomma). La protesta ha raggiunto il culmine in questi primi giorni del nuovo anno accademico: i ricercatori hanno scelto dare esecuzione alla minaccia messa sul tavolo da tempo, ovvero il rifiuto di insegnare i corsi che gli sono stati affidati — in Italia i ricercatori non possono essere “titolari” di corsi (peculiarità dei professori, associati e ordinari) e quindi ne diventano “affidatari”.

Dettagli sulla protesta si trovano sul sito della Rete 28 Aprile, che mette appunto in rete i gruppi dei vari atenei, e in particolare nel documento del coordinamento nazionale dello scorso 10 settembre.

Uno dei motivi che hanno originato la protesta è la nuova disciplina dei ricercatori contenuta nel DDL. Questo prevede infatti l’istituzione dei ricercatori a tempo determinato (RTD), una figura che andrebbe pian piano a sostituire del tutto quella dei ricercatori a tempo indeterminato (RTI), un ruolo che il DDL mette “ad esaurimento”. La carriera dei RTD procederebbe secondo il modello della “tenure-track” di origine anglosassone: i nuovi ricercatori inizierebbero con un contratto di 3 anni, con possibilità di rinnovo per altri 3 (come avviene adesso per i RTI, che sono soggetti a conferma dopo i primi 3 anni). Dopo 6 anni il RTD è soggetto a un giudizio di “tenure”: se ha raggiunto certi obiettivi (primariamente in termini di pubblicazioni scientifiche) viene promosso al ruolo di professore associato (senza bisogno di un concorso), con impiego a tempo indeterminato; se non li ha raggiunti deve trovarsi un altro lavoro. Per una volta, inoltre, il trattamento economico seguirebbe una logica economica: i RTD sarebbero pagati significativamente più dei RTI. I primi infatti accettano un rischio (essere fuori dopo 6 anni) che i secondi non corrono. Si può pensare che pagarli di più aiuti anche ad attrarre ricercatori migliori, visto che gli attuali stipendi all’ingresso della carriera accademica sono miserrimi rispetto a quelli oltre qualunque confine nazionale che non sia quello a sud. Ma le grandezze di cui stiamo parlando non sono purtroppo sufficienti a questo scopo, anche se la direzione è quella giusta. Ho semplificato brutalmente, ma più o meno dovrebbe funzionare così nelle intenzioni degli estensori, anche se c’è ancora grande incertezza sui dettagli del testo finale che, dopo essere stato approvato dal Senato, deve ora passare dalla Camera.

Un altro motivo della protesta, come detto, è la riduzione del finanziamento pubbico alle università. Il governo ha infatti progettato tagli uniformi (nella stessa proporzione per tutti, cioé) che vengono definiti “lineari” — con pessimo senso geometrico: se tracci una qualunque linea sulla distribuzione del Fondo di Finanziamento Ordinario non otterrai mai una decurtazione uniforme del Fondo, no?

Che il DDL sia complessivamente demenziale io non ho dubbi: se devi (come governo) fare tutto ‘sto casino fallo almeno per riformare per bene il sistema. Quello che dev’essere fatto è fin troppo noto. C’è dissenso sui dettagli ma la direzione non può che essere quella: legare i finanziamenti a indicatori di quello che le università sono lì per fare, cioé ricerca e didattica di elevata qualità, secondo i migliori standard internazionali, e lasciarle libere di assumere e promuovere chi vogliono, pagandolo quanto vogliono, rimuovendo la pachidermica burocrazia che va dai concorsi alle mille regole e vincoli sull’utilizzo delle risorse. Di questo si è già discusso su nFA. Però la disciplina dei RTD ha molti pregi. Il più importante, secondo me, è che permette di stabilire chiaramente i risultati che ci si attende da loro nei sei anni successivi per ottenere la promozione e l’assunzione a tempo indeterminato. Se la barra non viene fissata troppo in basso (cioé se non si fissano obiettivi che tutti possono facilmente raggiungere impegnandosi al minimo) questo non può che avere effetti positivi sulla qualità della ricerca. Una riforma di questo tipo è stata recentemente introdotta per le scuole primarie e secondarie a Washington (District of Columbia) dalla chancellor locale, Michelle Rhee. Come lei stessa spiega in questo documento (in inglese), dopo anni di declino delle scuole pubbliche la Rhee e il suo staff hanno preso il toro per le corna iniziando a riformare l’istruzione pubblica dagli incentivi degli insegnanti: chiari messaggi sulla performance attesa, un nuovo metodo di valutazione all’avanguardia tra tutti gli stati americani, un nuovo sistema di supporto all’insegnamento, e stipendi più alti assieme a contratti che permettono di non confermare gli insegnanti con valutazioni al di sotto dello standard prefissato. Questi nuovo sistema di incetivi ha consentito alle scuole pubbliche a DC di migliorare enormemente la qualità dell’insegnamento. Di conseguenza, i tassi di iscrizione che erano in declino negli anni precedenti sono oggi in aumento.

Ma queste sono distrazioni: torniamo all’oggetto del post.

Il merito

La protesta ha il merito di evidenziare un’anomalia dell’università italiana: la didattica, soprattutto quella di base, viene svolta in buona parte da soggetti, i ricercatori, che per contratto non sono tenuti ad insegnare. Questa anomalia, che riflette il doppio vizio italico di far lavorare la gente gratis e accettare di farlo, andrebbe rimossa modificando i contratti dei ricercatori. Se si vuole che insegnino li si deve trasformare in professori di terza fascia (come l’assistant professors in USA, il lecturer in UK, il profesor ayudante in Spagna, il juniorprofessor in Germania, eccetera) e li si deve pagare di più per questa funzione aggiuntiva che svolgono rispetto a quanto stabilito nel contratto nazionale vigente. Spiace dirlo, ma questo merito è non intenzionale. Infatti, da quanto capisco, i RTI non chiedono questo — se fossero stati interessati a riscrivere i contratti in questo senso avrebbero protestato ben prima del DDL Gelmini e si sarebbero resi indisponibili all’insegnamento negli ultimi 20-25 anni, non solo quest’anno.

Il demerito

La protesta ha però un demerito, anzi due. Primo, sulla questione del RTD. Vi sarete chiesti, un po’ più sopra: che cosa importa ai RTI che protestano se vengono istituiti i RTD? Questo non intacca la loro posizione. In realtà, sostengono, lo farà con elevata probabilità: la carriera dei RTI potrebbe essere influenzata dalla presenza dei RTD perché questi ultimi avranno una corsia a scorrimento veloce per la carriera (dopo 6 anni o li promuovi o gli dici che devono cambiare istituzione se vogliono continuare a fare ricerca) mentre i primi dovranno passare per le strettoie e le lungaggini di un concorso da associato, col rischio che le facoltà impieghino gran parte delle risorse per gli avanzamenti di carriera dei RTD: se sono bravi non vuoi perderli, mentre i RTI li avrai comunque. Non sono sicuro di capire del tutto la logica di questa preoccupazione (che sembra ignorare il fatto che le facoltà orientate alla ricerca hanno interesse a far avanzare la carriera dei migliori ricercatori indipendentemente dal tempo al quale sono declinati), la riporto per come la capisco — correggetemi se l’ho capita male.

Da questa preoccupazione deriva la richiesta al Ministero di prevedere, contestualmente all’approvazione del DDL, lo stanziamento di fondi per bandire un sufficiente numero di posti da associato. Per i più maliziosi il numero “sufficiente” sarebbe quello che permetterebbe, di fatto, una sorta di promozione ope legis di gran parte degli attuali RTI. I leader della protesta ci tengono a precisare che non è così. Nel documento linkato sopra si legge, ad esempio, della

necessità di uno stanziamento straordinario nel transitorio che consenta di reclutare giovani per adeguare il rapporto studente‐docenti alla realtà europea e di permettere ai ricercatori, su valutazione e non via ope legis, di progredire verso il livello del ruolo unico corrispondente a quello degli attuali professori associati.

Questo naturalmente dipende da quanti posti da associato vengono richiesti. Se la richiesta fosse pari, che so, ai 2/3 dei RTI e fosse accordata, voi capite che ci sarebbe pure una valutazione ma si tratterebbe, di fatto, di promozione ope legis.

Secondo, sulla questione dei tagli la protesta è di retroguardia. In questo paese le risorse scarseggiano, e il governo, qualunque governo, ha pochi soldi per fare le troppe cose di cui c’è bisogno. Una protesta che guarda avanti invece che indietro è una protesta che chiede a gran voce, fornendo adeguato supporto politico: (a) di liberare risorse da altre voci di spesa pubblica (nessuno può avere la botte piena e la moglie ubriaca), e (b) di fare tagli, se tagli devono essere, non “lineari” ma differenziati, e ben differenziati, in base a indicatori di performance: piuttosto che affamare la migliore e la peggiore università italiana meglio premiare la prima e chiudere la seconda.

La proposta

Vengo alla proposta. Si tratta di un’alternativa alla richiesta dello “stanziamento straordinario” di cui alla citazione sopra, e che se introdotta farebbe un ottimo servizio alla qualità della ricerca. L’idea è questa: consentire ai RTI la scelta del regime. Chi vuole può optare per il regime RTD, avere da subito uno stipendio più alto, e giocarsela dopo 6 anni: se ci sono i requisiti si diventa associati, se no si cambia istituzione o mestiere. Chi non vuole prendersi questo rischio resta RTI e aspetta i concorsi per avanzare la propria carriera (senza concorsi riservati, straordinari, e simili), come si è fatto fino a adesso. In questo modo, per forza di cose, nessun RTI potrà ritenersi svantaggiato.

La ratio della proposta è evidente e si chiama self-selection. Questa, rivelando i “tipi” altrimenti inosservabili, a volte può portare miracolosi miglioramenti nel grado di efficienza delle istituzioni.

Vuoi aderire alla proposta?

Sei un ricercatore (declinato a qualunque tempo) e vuoi aderire alla proposta o suggerire modifiche? Metti un commento col tuo nome.

di Giulio Zanella, da noiseFromAmerika.org

link originale: http://www.noisefromamerika.org/index.php/articles/Ricercatori,_una_proposta:_chi_ci_sta%3F#body

From → ECONOMIA

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