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I numeri del precariato e Flexsecurity

21 settembre 2010

Nel suo ultimo libro “Illusioni italiche” il professor Luca Ricolfi ci aiuta non poco a fare chiarezza sulla situazione italiana. Affronta molteplici argomenti, tra cui quello del precariato. L’obiettivo del libro è riuscire a distinguere le credenze vere, confermate dai fatti, e le credenze false, smontate dai fatti.

E l’unico metodo utilizzabile per ottenere questa distinzione è quello di descrivere la realtà attraverso un’analisi oggettiva e numerica,  che si contrappone all’usanza dei media italiani di “prendere un’ opinione e trasformarla in un fatto”.

Dall’analisi risulta che “i giovani occupati con un contratto cococo sono circa l’1% della forza lavoro totale in Italia, e che il numero di contratti di lavoro dipendente a tempo determinato è inferiore a quello di Francia, Germania e Spagna.”

Ciò non significa che il mercato del lavoro in Italia sia tutto sommato migliore”. Anzi! Il giudizio è , a dir di tutti, molto negativo, ma per motivi diversi. Secondo noi:

“Il problema vero e drammatico è il cosiddetto dualismo del mercato del lavoro“.

Il dualismo del lavoro consiste nel fatto che esistono due grandi categorie in cui possiamo suddividere il lavoro dipendente in Italia: la categoria degli iperprotetti e quella degli ipoprotetti.

Gli iperprotetti sono lavoratori che “godono di tutele qualche volta addirittura eccessive e strenuamente difesi dalle organizzazioni sindacali”, mentre i lavoratori ipoprotetti “godono di pochissime o nessuna tutela e vengono ignorati da sindacato e politica.”

Tra gli iperprotetti (i 3 milioni e mezzo di dipendenti pubblici praticamente illicenziabili) e gli ipoprotetti ( i lavoratori dipendenti in nero stimati in circa 2 milioni e mezzo) è possibile individuare almeno altre 5 categorie di lavoratori, in una scala discendente a seconda delle condizioni contrattuali:

  • 3,3 milioni di dipendenti fissi delle grandi imprese
  • 4,2 milioni di dipendenti fissi delle medie imprese (tutelati dall’art.18 ma non adeguatamente difesi dal sindacato)
  • 2,9 milioni di dipendenti fissi di piccole e piccolissime imprese (privi della tutela dell’art.18)
  • 2,1 milioni di dipendenti a tempo determinato (tutelati previdenzialmente, ma senza garanzia del posto)
  • 0,5 milioni di parasubordinati (cococo, cocopro, collaborazioni occasionali)

(elaborazioni sui dati Istat e Ragioneria dello Stato anni 2005-06-07)

Quindi la conclusione è che l’anomalia del mercato del lavoro italiano non è determinata da un’ipotetica “diffusione abnorme dei contratti a tempo determinato o parasubordinati, bensì nel gravissimo livello di diseguaglianza nel suo insieme”.

Insomma in Italia abbiamo i dipendenti pubblici inamovibili (al contrario di come accade in Europa), abbiamo le grandi imprese che, nonostante non abbiano più i numeri per rimanere attive nel mercato, vengono tenute in vita per mantenere i posti di lavoro, e il numero più alto in Europa (tranne la Grecia guarda caso) di lavoratori in nero.

Ed ecco infine la giusta soluzione per rendere il mercato del lavoro al tempo stesso flessibile e sicuro:

Per altre informazioni sul mercato del lavoro: Piercamillo Falasca e Lucio Scudiero su Libertiamo.it, Michele Boldrin su noiseFromAmerika.orgqui su Riecho Blog

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