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Perchè conviene tornare al nucleare senza perdere altro tempo.

10 settembre 2010

Ha dello storico la convinta affermazione del Ministro Tremonti che, al recente workshop di Cernobbio, ha apertamente appoggiato il ritorno al nucleare anche quale fattore di spinta competitiva con gli altri paesi sul cui Pil non pesa l’assenza di tale importante fonte di produzione.

Sono stati forniti anche alcuni numeri, importanti. Il ritorno al nucleare farebbe risparmiare in Italia da 4,5 a 11 miliardi di euro l’anno, come ha detto Faith Birol, capo economista dell’Agenzia internazionale per l’energia, presentando una ricerca sul punto. In 10 anni (dal 2020, quando dovrebbero essere messi in esercizio i primi impianti, al 2030, quando la produzione da nucleare dovrebbe raggiungere il 25% del fabbisogno nazionale di elettricità) la produzione di energia vedrebbe una riduzione dei costi fino a 69 miliardi di euro e le emissioni di anidride carbonica diminuirebbero fino a 381.000 tonnellate.

Il piano del governo per fronteggiare la sfida energetica prevede entro il 2013 l’avvio della costruzione delle centrali (8 da 1.600 MW ciascuna con la piena capacità raggiunta al 2026) e la messa in esercizio dei primi impianti nel 2020, per l’appunto. Stimando una domanda di energia elettrica di 439 TWh (+36% dal 2010), il costo della produzione, con le politiche attuali, sarebbe di 49 miliardi di euro. Con il nucleare scenderebbe a 44 miliardi, mentre in uno scenario con le fonti rinnovabili sfruttate al massimo del loro potenziale (con un mix che le vede alla – molto ambiziosa – soglia del 38%) il costo di produzione sarebbe di 53 miliardi di euro. Cumulando i costi nel periodo 2020-2030 con il nucleare si spenderebbero 431 miliardi contro i 488 miliardi stimati per lo scenario con le rinnovabili (e i 463 previsti nello scenario di riferimento).
Per non citare le ricadute in termini di commesse che, assieme alla gestione degli impianti, aprirebbe lo spazio a circa 10.000 nuovi posti di lavoro.

La presa di posizione di Tremonti, peraltro non nuova, è importante sia perché proviene dal vertice del motore economico del paese, lasciando chiaramente intendere che da quel versante ci sarà pieno appoggio, sia perché suggella il definitivo superamento di quel rifiuto ostinato, accompagnato da falsi e strumentali timori che, ancora fino alla precedente legislatura, a livello governativo aveva parecchi sostenitori. Cresce, poi, la sensazione che la necessità del nucleare non sia più argomento tabu, ma, anzi, sia stata abbastanza digerita a livello di opinione pubblica, anche se permane una discreta percentuale di cittadini ancora sensibili alla sindrome Nimby.

Qualche numero può aiutare a comprendere perché il ritorno al nucleare conviene anche sotto il profilo della riduzione dell’inquinamento. L’Italia nel 2009 ha avuto consumi per circa 337.601 Gwh di energia elettrica.
Il fabbisogno nazionale lordo di energia elettrica è stato coperto nel 2009 per il 67,3% attraverso centrali termoelettriche che bruciano principalmente combustibili fossili in gran parte importati dall’estero (di questi piccole percentuali – inferiori al 2% – fanno riferimento a biomassa, rifiuti industriali o civili e combustibile nazionale). Un altro 19,6% è ottenuto da fonti rinnovabili (idroelettrica, geotermica, eolica e fotovoltaica), per un totale di energia elettrica di produzione nazionale lorda di circa 292.641 GWh annui. La rimanente parte per coprire il fabbisogno nazionale lordo (337 601 GWh) è importata dall’estero nella percentuale del 13,3%.
Questi i dati ufficiali, ora ragioniamo.

Primo punto: gli ecologisti da sempre si sono schierati contro il nucleare in favore dello sviluppo delle energie da fonti rinnovabili. Qui, però, sta la stridente contraddizione, perché mai la produzione di energia da fonti rinnovabili potrà crescere sino a soddisfare interamente o per larga parte il fabbisogno energetico nazionale. In altre parole, l’obiettivo – inevitabilmente di lungo termine – di arrivare a un mix equilibrato che veda il nucleare al 25% non eroderà mai spazio alle rinnovabili, ma – questo è l’argomento decisivo – semmai lo eroderà all’energia  prodotta da combustibili fossili, ovvero da combustibili che inquinano.
Quindi, più nucleare significherà necessariamente meno petrolio, gas e carbone. E non è poco in una prospettiva anche ecologica.
Si obietterà che esiste il problema dello stoccaggio delle scorie, ma non risulta che si siano mai verificati problemi relativi a questo aspetto, che, comunque, oggi presenta livelli di sicurezza molto elevati.
Si obietterà ancora che il rischio radioattivo sta nell’incidente alla centrale. Premesso che le centrali di ultima generazione presentano livelli di sicurezza anch’essi molto elevati, occorre sgomberare il campo da equivoci e riconoscere che il rischio zero è obiettivo impossibile sia per la produzione di energia nucleare, sia per quella derivante da fossili combustibili, a qualunque fase del processo. La recente tragedia della piattaforma della BP ne è la dura riprova. La differenza tra le due, però sta nel fatto che l’energia nucleare non inquina, diversamente da quella derivante da fossili combustibili, che inquina. I cinesi ne sanno qualcosa e le loro emissioni non si fermano ai tradizionali confini.

Secondo punto: il ritorno al nucleare merita certezze normative e istituzionali, trattandosi, tra l’altro, di un processo che si articola in decenni. Quanto alle prime, è fondamentale una normativa che concentri i poteri di direzione, una sorta di legislazione preferenziale che sottragga la materia alle competenze (se non ai ricatti) degli enti locali per attribuirla direttamente in capo al governo. Dopotutto si tratta di questione di rilevante interesse nazionale, anche in termini di sicurezza, e non è pensabile che una centrale nucleare sia esposta ai venti della politica o a vicende simili a quella del rigassificatore di Brindisi.
Quanto alle seconde, sarebbe auspicabile che, prima che decolli il nucleare, tutte le istituzioni attualmente previste nel settore energetico siano nel pieno delle loro funzionalità, quali l’Autorità per l’Energia e il Gas e l’Agenzia per la Sicurezza Nucleare, per citarne tra le più autorevoli.

Speriamo che si vada avanti e non si perda più tempo; speriamo, soprattutto, che la politica abbia la forza di dare agli operatori la possibilità di progettare e lavorare con tranquillità e, soprattutto, con certezza del loro investimento.

di Francesco Valsecchi, da Libertiamo.it

link originale : http://www.libertiamo.it/2010/09/10/perche-conviene-tornare-al-nucleare-senza-perdere-altro-tempo/

From → ECONOMIA

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